Progresso e catastrofe

Brevi note sull’esperienza dell’autonomia operaia nel sud Italia

(a cura di) Antonio Bove e Francesco Festa, Gli Autonomi. L’autonomia operaia meridionale. Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia – Parte terza – vol. XII, deriveapprodi editore, pp. 304, 2022.

 

 

Un compagno barese, militante negli anni settanta nei gruppi m-l della città, sorridendo con una punta di sarcasmo, mi raccontava di questo suo amico, giovane studente, che se ne era andato a Milano perché: “Vado su… qui la rivoluzione non si può fare”. E non dubitiamo che avrà avuto modo di ricredersi, non essendo la rivoluzione stata fatta neanche su, purtroppo, per tutti noi.

Dunque un’autonomia operaia senza fabbriche? Pochi operai, lontani anni luce dai centri decisionali della politica, dalle grandi metropoli, dalle grandi dorsali economiche?

Leggendo Gli Autonomi. L’autonomia operaia meridionale. Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia -Parte terza a cura di Antonio Bove e Francesco Festa (DeriveApprodi), sembrerebbe proprio di sì.

E allora mi perdonerete se con fare autonomo-settantasettino e, quindi, con una buona dose di radicale irriverenza, inizio riportando parte di un volantino apparso sui muri della città di Bari, tra il 1977 e il 1978:

“ Perché siamo agitati: perché il nostro amico Vito deve andare a nord a fare il muratore, perché il cinema costa troppo, perché il fumo costa troppo, perché entrare in discoteca costa troppo, perché i figli del popolo fanno i poliziotti, perché i poliziotti arrestano i figli del popolo, perché il popolo non lotta, perché esistono gli orologi, perché Curcio e Moro parlano lo stesso linguaggio, perché le nostre madri finiscono lo stipendio il venti del mese, perché bisogna amare con rabbia, perché la rivolta è amore…etc”.

Questo collettivo si firmava Gatti Randagi/Reparto Agitati ed ha una storia controversa alle spalle, avendo visto tra le proprie fila compagni, anche riconosciuti, incredibilmente assieme a gente che proveniva dalla destra radicale, e credo sia uno dei rari esempi concreti di questo tipo di intreccio in Italia.

Aldilà del giudizio politico – essi saranno condannati da gran parte del movimento e tacciati di essere provocatori e fascisti –, riportando questo frammento di esperienza vorrei porre l’accento proprio sul tempo iconoclastico di fine anni settanta, il momento in cui il corpo prende il sopravvento sulla testa e l’ideologia, il divertimento sulle lotte, la discoteca sulla sede politica, l’eroina sulla militanza, il privato sul pubblico.

E, riflettere, su come tutto questo con le caratteristiche sue proprie sia stato, anche, il destino e il leitmotiv di una generazione a Sud, che ha dovuto sempre strappare all’oblio lotte, esperienze, soggettività, come riporta l’interessante saggio scritto da Marcello Tarì e Andrea Russo, intitolato: “Nicola Massimo De Feo e la rivoluzione degli idioti”, dedicato a un  intellettuale meridionale che è stato, oltre che uno studioso di valore della filosofia contemporanea, un teorico dell’Autonomia tra i più originali, anche se poco noto al grande pubblico.

Ma significa, anche, parlare di come quel progetto di Autonomia sia sopravvissuto per anni nel Meridione, innervato da contraddizioni e lotte che soltanto successivamente hanno interessato anche il resto d’Italia e che hanno fatto sì che povere e arretrate regioni abbiano conservato, nella pratica quotidiana, il testimone di lunghe e antiche battaglie come quella contro la centrale a carbone di Cerano (Brindisi sud) e gli effetti inquinanti sul territorio, conservandone intatto lo spirito, come Bisanzio imperiale per Roma.

E sono pagine davvero particolari e caratteristiche; intense e alcune tragicamente fuori scala, come la resistenza armata dei giovani autonomi calabresi di Africo (un nome che già basterebbe a segnalare un’alterità davvero ‘altra’), allo strapotere della ndrangheta, un racconto degno dei migliori film western di Sergio Leone, con i cattivi (i mafiosi) e i buoni (i compagni), che si affrontano a colpi di fucile nella piazza del paese, testimonianza a tratti distopica, e che è possibile apprezzare attraverso il contributo di Giovanni Santoro, Rocco e i suoi fratelli, storia di una resistenza armata alla ndrangheta. Una storia talmente nostra, talmente a Sud, da riuscire difficilmente immaginabile a chi non abbia conosciuto da vicino lo strapotere della malavita organizzata e la prevaricazione quotidiana dei vari boss locali.

Ed arriviamo, dunque, ad una prima costante, che al contempo è una contraddizione e che accomuna tutte le esperienze di movimento meridionale: ovvero la presenza continua e invadente di mafia, camorra e organizzazioni criminali a contendersi con polizia e magistratura gli scalpi dei nostri apaches, ma anche la contiguità di molti dei nostri ad ambienti e settori della società pericolosamente borderline tra ribellismo e malavita, quelli che Nicola Latorre , nel suo: “Mo’ che il tempo s’avvicina”, chiama “gli extralegali”. Quei soggetti che la pratica politica quotidiana del settantasette coinvolse e mise in crisi, e che vedrà nel carcere un terreno di sviluppo di rapporti e, talvolta anche di incredibili conversioni.

Gli extralegali, i contrabbandieri e prima i briganti, la santa canaglia; un insieme contraddittorio di storie e vite, un intreccio complesso. Quando, infatti, si finisce d’esser briganti e si inizia ad esser mafiosi? Quando l’antistato diviene stato di sopraffazione anch’esso?

In parte, essi, sono gli stessi paria/dostoijevskianamente idioti, che Massimo De Feo, filosofo e militante, individua come corpo a tratti pasoliniano, che resiste all’omologazione borghese ma che resta estraneo anche all’impostazione fabbrichista e operaista delle organizzazioni rivoluzionarie, così come del Partito Comunista Italiano. Sempre nello scritto di Tarì e Russo: “De Feo nella Berlino dei primissimi anni ottanta, fu colpito dalla particolare composizione sociale del movimento di rivolta, composto da immigrati, prostitute, omosessuali e giovani precari, un basso proletariato la cui forma di vita era un fascio di contraddizioni urlanti, di cui aveva già esperienza nel sud Italia, dove l’Autonomia era composta principalmente da quel genere di soggettività minori”.

Saranno gli extralegali di Barivecchia ad arrivare pesantemente armati al corteo dopo l’assassinio del compagno Benedetto Petrone, tra l’altro un figlio popolare della città vecchia, come scrive Latorre, così come erano stati giovani contrabbandieri, sempre armati, a difendere altri studenti, la stessa sera dell’aggressione mortale, evitando che questi facessero la stessa fine di Benny.

Purtuttavia, chi vive a Sud, conosce bene le trappole della miseria e sa che il confine tra ribellione e illegalismo, tra voglia di riscatto e sopruso, è in verità terra di confine e pure minata, dunque esprime pratiche che, con difficoltà, sono politicamente collocabili, a meno che…

A meno che non si abbia la forza di fare come Il buon samaritano collettivo, ovvero avere la capacità (come effettivamente avvenne) di saper includere, cambiare, accorgersi degli altri, dei paria, di quelli a cui è stata negata anche la dignità necessaria per combattere la propria santa crociata di pezzenti.

Essere attrattivi: non fare come loro, ma spingere loro ad essere con noi e nel far questo essere in mezzo a loro, per cambiare noi e loro.

Un equilibrio precario, un dispositivo comunicativo e di contaminazione, una comunità costituente, che va oltre lo stesso concetto di ricomposizione di classe, e che riabbraccia tutte e tutti, non discriminando nessuno, all’ombra delle Bandiere nere di Kreutzberg.

In altre parole: un apostolato.

E questa cifra è stata la cifra precisa di decine di esperimenti politici e di laboratori, quando anche a Sud assumevano le sembianze di centri sociali, coordinamenti, campeggi antinucleari ed ecologisti, collettivi all’Università.

Già…gli universitari: ecco gli altri grandi protagonisti/apostoli (gli inviati) del volume di cui parliamo: gli studenti fuorisede, vera ricchezza di una comunità. I fuorisede meridionali, forse sarebbe corretto dire. Quelli che rimangono a studiare a sud, dove possibile, e quelli che come api operose sciamano a nord, per poi costantemente ritornare giù, in una febbrile costruzione e ricostruzione di alveari politici, vissuti ad altre latitudini. Sono loro a costituire l’intreccio che coinvolge esperienze maturate su con la militanza a sud, il tessuto connettivo attraverso il quale si dipana forse la più importante tra le eredità delle esperienze di lotta nel meridione, ovvero la contraddizione ambientalista e la lotta al nucleare e alle altre forme di sfruttamento energetico sul territorio. E quella battaglia sul nucleare, così come il femminismo, costituiscono a loro volta, senza timore di smentita, il lascito positivo dei vent’anni di lotta del movimento.

Come riporta Casimiro Longaretti nel suo contributo La calata dei Volsci e del Movimento dell’Autonomia operaia nel Sud: “Nel ‘78/’79 l’Autonomia operaia fu tra le prime organizzazioni della sinistra rivoluzionaria a sollevare la questione della scelta energetica nucleare… l’energia padrona”.

Nel 1978 si organizzerà il campeggio antinuclearista a Nova Siri, in Basilicata, proprio lì dove le contraddizioni sullo sviluppo emergevano più forti, dove il progresso arrivava col suo volto più brutale, che sorgeva con la violenza sulle comunità, sulla terra, sul mare, sul corpo sociale. E provocava mutazioni e inganni e, dunque, veniva a costituire la prima linea sulla quale si riversava, nella sua evidenza, il sacco ambientale.

Gli extracomunitari d’Italia, il mondo dei vinti, il tessuto sociale, la rete solidale e umile, spazzata via dai valori del Progresso…e dell’assistenzialismo dopato.

Il processo attraverso il quale si giunge al genocidio culturale, alla catastrofe antropologica, come riporta Oscar Greco nel suo scritto: L’Autonomia nel Sud. Affinità e divergenze tra i movimenti e l’Autonomia calabrese.

Oggi sappiamo che le civiltà sono sempre soggette a delle scelte e biforcazioni che ne determinano gli sviluppi, così come il futuro o la fine. Anche i Guaranì del Brasile meridionale nel loro sviluppo hanno operato una scelta, e ciò che ieri era solamente arretratezza e sottosviluppo, alla luce dell’olocausto ambientale diventa scelta consapevole di vita in armonia con tutti i viventi.

Così come conosciamo bene gli sviluppi della tecnica occidentale, che dovette presentarsi a quel mondo sotto forma di bastimenti spagnoli da combattimento.

E allora sorge la domanda, che anche quelle forme arcaiche di comunitarismo contadino meridionale potessero esprimere, depurate dagli elementi di profonda ingiustizia e sfruttamento che pur la condizionavano, una scelta coerente ed eco-logica nella storia del nostro paese e dell’Occidente Altro.

Molto interessanti sono tutte le pagine che parlano di riviste come Scirocco, oppure del nomadismo culturale delle informazioni, della rete nodale che di fatto ha fatto girare fanzine, pamphlet, libri, inchieste, che altrimenti sarebbero rimasti sconosciuti ai più, come scrive Oscar Greco nel suo contributo.

I giovani studenti dell’Autonomia del Sud, o forse dovremmo dire “delle Autonomie proletarie meridionali”, hanno rappresentato una cesura reale anche col mito in negativo dell’intellettuale meridionale asservito al potere locale e, in ultima analisi, allo Stato.

Ma sono decine, centinaia, le testimonianze raccolte in questo importante contributo alla discussione e all’analisi della storia di noi tutti, che resta anche la storia del paese in cui viviamo, e penso all’eroica resistenza del popolo martire e dei compagni tarantini, così ben affrescata da Salvatore Stasi nel suo: L’Autonomia a Taranto. Analisi, elaborazioni e pratiche politiche viste da un Sud.

Cosa resta oggi di quel patrimonio di esperienze? In questo quotidiano nel quale con grande difficoltà incrociamo credibili percorsi di trasformazioni dell’esistente, nella scomparsa dei luoghi dell’antagonismo sociale, nel mutismo che la guerra ci impone, cosa può raccontarci ancora quella storia?

Può forse insegnarci che è possibile un percorso di comunità che riprenda e declini al presente gli obbiettivi di lotta e la voglia di giustizia eco-sociale che quelle donne e quegli uomini tentarono di raggiungere. Forse quella storia ricorda a noi meridionali che altri contadini in altre comunità, fedi e fedeli, in altre parti del globo, indicano a noi tutti un percorso, e che questo è un percorso di Autonomia.

Quelle antiche lotte testimoniano che un presente rispettoso e in sintonia col resto del vivente e dei viventi, può ancora essere inverato, forse ancora per poco, pochissimo tempo.

Che il nostro, non dovrà per forza essere un futuro di xylella e pipeline di gas, ma che può essere un presente di poeti sociali e di nuovi compagni di viaggio. Un presente che passa da Steccato di Cutro.

A Sud dei Sud.

E’ lì la nostra vera frontiera, quella che ci rende ciechi e pieni di paura.

Si racconta, che in pieni anni settanta Toni Negri venne invitato per un incontro dai compagni dell’Ateneo barese e che durante questa occasione gli fu sottratto il portafoglio.

Alle rimostranze del compagno professore, i compagni malandrini risposero che lo avevano fatto perché: “Tu non puoi andare a denunciarci agli sbirri”.

Lo raccontò a me un compagno che sembrava essere sincero e, conoscendo le loro storie, mi sembrò vero, molto settantasettino e tutto sommato poeticamente terrone.

Ancora oggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

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