Lo scriba e la farfalla

Dal diario dello scriba:

– Non vedo più la farfalla e temo il peggio. Non sento più il suo battito d’ali e qui il ciclone ha devastato le baracche e l’acqua ha sommerso le strade, ha affogato la memoria.

Non ricordo di esser stato farfalla, ma l’ultimo re mi ha detto, prima di morire, che tutti proveniamo da una stirpe di batteri.

Le piante ci salvavano e ora siamo senza foresta; le cose ci superano, anneghiamo e non possiamo bere.

L’ultimo documento della civiltà si intitolava Antropocene. É svanito con epidemia, disfatto dalle pretese di nominare ciò che da tempo immemore era accaduto. Una teoria per gli umani giustificava la distruzione con la scienza, la ragione, lo sviluppo, la libertà e la democrazia universale sovrana.

In uno dei movimenti che continuavano l’epoca dell’anthropos intravidi la destituzione. Ma l’umano non sa vivere senza potere. Riporto in questo scritto ciò che ricordo degli ultimi giorni.

Un libro recente evoca la battaglia filosofica condotta in nome del comune contro i “nichilisti”, Corpi viventi. Pensare e agire contro la catastrofe, scritto da Miguel Benasayag, attivista e psicoanalista illustre e Bastien Cany, storico e giornalista, che hanno costituito il collettivo ‘Malgré tout’. Il saggio riassume la lotta novecentesca tra la rivoluzione organizzata che si rovescia in regime e l’unicità della rivolta anarchica che si autodistrugge. Così nella storia della metafisica che Cany e Benasayag rileggono i realisti moderati contestano ai nominalisti la negazione degli universali.

I seguaci di Epicuro additano Platone come fautore dei modelli; gli interpreti unilaterali della gioiosa potenza di agire di Spinoza denunciano le passioni tristi della moderna analisi delle ricchezze; i grandi biologi dell’autopoiesi, Maturana e Varela sono spinti contro l’antropologia filosofica ed entrambe le serie teoriche si affrontano nella contesa che l’individuo proprietario, l’homo oeconomicus neoliberale vuol chiudere con le tecnologie digitali.

La portata di Corpi viventi però non va sminuita e non possiamo volgere in bozzetto le serie e argomentate elaborazioni degli autori. La posizione da cui si cerca di dire qualcosa sulla contemporaneità in frantumi è contigua ai temi della crisi epocale dei modi di governo e delle pratiche rivoluzionarie.

Tuttavia nella difficoltà ad approntare un’ipotesi complessiva sulla soggettività, sui saperi biotecnici e sugli effetti di potere del controllo diffuso e pervasivo, dal confronto con le tesi di Cany e Benasayag emerge un’altra prospettiva di ricerca che è un altro sentire, un’altra percezione della catastrofe.

Da questa faglia emerge la differenza tra l’idea del comune come fine naturale dell’agire e la realtà che taglia ogni azione nella parte potenziale e nel suo residuo in cui consiste l’azione.

Fuor di teoria, ciò che ogni giorno il mondo ci mostra è l’incessante consumo di libertà che è produzione strumentale di libertà. Una produzione a svantaggio dei poveri, degli ultimi, delle plebi si diceva pochi anni addietro.

Questa differenza sempre più intensa, strutturale, raddoppia la distanza tra agire e conoscere, tra verità e sapere. É la nostra distanza, dell’eterno presente che mette in scena le singolarità vincolate a forme di soggettivazione, così da imprimervi il sigillo dell’alternativa sempre possibile sotto qualsiasi regime dell’‘io’ e dell’identità.

É ancora la normalità dei corpi a segnare questo tempo epidemico, digitale, securitario e metaverso fino alla tortura, ove l’ ‘agire’ da salvare è la guerra – unica soluzione rimasta all’azione, che sia azione di dominio, di resistenza o di ‘sostenibilità ambientale’.

Laddove l’azione è invece un divenire non si tratta di alcun ‘agire’ – una brutta parola per brutte pratiche di vita incentrate sull’accumulo, la pienezza, la coscienza, la volontà…(Ove Deleuze è stato usato e ridotto ad apparato discorsivo anti-nichilista, pacificante, adagiato su soffici superfici di immanenza).

Perché dunque prendersela con i ‘catastrofisti’, i perfidi nominalisti, rivendicando al comune il rifiuto di sostituire un potere con un contro-potere?

Se consideriamo le affinità elettive tra queste ipotesi teorico-politiche e le esperienze de ‘la comune’, cioè comunità filosofiche, spirituali, di ricerca, eretiche, autonome, conflittuali, scopriamo che ciò che siamo stati ci induce alla critica in una lingua diversa da quella del comune e del singolare; ovvero che comune, singolare, situazione, corpi, risultano qui e ora dislocati, affetti da una prova di senso il cui significato generale è nella destituzione.

E che le recenti controversie filosofico-politiche tra chi asseriva “il comune” e chi la comunità inoperosa, chi l’agire e chi la potenza-di-non; chi l’aver cura, linguaggio, mente e chi dimostrava invece l’“uso”, la vita come forma, – tutti questi conflitti di posizione sulle questioni penultime e tutte queste dimensioni concettuali svolte al vertice dell’espressione filosofica, sono distese nel tempo delle rovine.

Questo tempo non è la fine dei tempi ma il modo in cui i viventi abitano il tempo che resta della modernità al tramonto.

Di queste controversie e di questi conflitti bisogna fare l’archivio, non raccogliere parole, cose e azioni nel volume collettaneo che sarà abbandonato alla critica roditrice dei topi. Un archivio delle pratiche che echeggiano ancora in corpi viventi perché non coincidono con il presente. Le parole e i gesti che il testo di Benasayag e Cany rendono ad un senso ulteriore hanno smarrito la potenza evocativa con cui sono state elaborate e sperimentate fino allo scorso decennio. Pre-individuale, corpo biologico, autoaffezione, desiderio, “la vita che desidera la vita”, il fondamento, gli ecosistemi e l’intenzionalità. Tutto l’armamentario di nozioni adoperate per la critica del presente, parole pensate, ripetute ogni volta con accenti un po’ nuovi, un po’ diversi; queste forme di pensiero che continuano a contestare e che ritroviamo in chi contesta dalla posizione di privilegio dell’occidente, parlano di una realtà che si è già trasformata non in qualcosa di nuovo, o di diverso, o di conflittuale, ma di distopico al grado massimo, una realtà in cui quelle parole non accendono le passioni recenti.

La critica dei corpi viventi è dunque soggettiva? Di questi modi di espressione ricostruiamo la genealogia. Ma che pensare di fronte alla monotona rubrica di una fenomenologia relazionale che continua ad essere rivolta a quel maschio, bianco, né vecchio né giovane, per lo più acculturato, che è il bersaglio del sapere di Cany e Benasayag?

Perché da questo sapere, con tutta la buona volontà proposta da un’etica “situazionale” continuano ad essere esclusi quei popoli e quelle realtà, quei non-soggetti che del tempo della fine hanno esperienza, senza scriverne nè parlarne; quegli stranieri della terra, quei reietti, colonizzati, depredati, tribù anziché comunità, donne anziché uomini, donne indiane, iraniane, africane che lottano per vivere e non per ‘il comune’.

The South Atlantic Quarterly, rivista critica ‘western’, ha dedicato il numero di gennaio 2023 al potere destituente. Vi sono raccolte riflessioni su una forma di vita che più del “comune” nelle varie articolazioni con cui è stato concepito e praticato rende residuale il tempo che viviamo, le attività che svolgiamo, gli affetti e i legami che cerchiamo o che temiamo, i modi di pensare, di parlare, di fare arte e di sognare.

Di recente Marchello Tarì ha scritto che tutti i conflitti degli ultimi due decenni sono di natura destituente, cioè non mirano alla presa del potere, né a costituire un contro-potere che sostituisse il governo della vita con un governo sostenibile.

Destituire vuol dire e fare in modo da lasciare vuoti i luoghi del potere, vuol dire secedere, praticare l’esodo continuo, permanente, dai luoghi, dal tempo e dalle azioni del potere, e, in rapporto ai molteplici poteri in atto, a ciò che si è stati e ai diversi dispositivi di sapere-potere che produciamo nelle discipline così come nei “saperi alternativi”.

Destituzione non è inazione, è casomai una pratica di azione negativa che non è il negativo dell’agire ma dell’azione legata alla volontà, che è l’effetto di conoscenza inerente alle scelte che ci illudiamo di fare.

Hannah Arendt ha scritto che la politica è questione estetica, di sensibilità, di istinto, di gusto. La secessione ha questo gusto politico. Michel Foucault nella ricerca archeologica delle tecnologie di potere ha detto della possibilità di compilare un’anarcheologia del potere, cioè di revocare la necessità del potere. Reiner Schürmann, filosofo ancora sconosciuto la cui opera rimane decisiva nel pensiero del ‘900 ha dimostrato come la metafisica occidentale sia percorsa da una doppia ingiunzione, – alla cattura del senso, all’universale e al dominio, e alla sua interna destituzione.

L’arché che di volta in volta nomina l’Uno, Dio, la Natura, la Città, la Coscienza, l’Essere, ha generato i principi che governano le epoche. Ma il dominio preteso dall’Origine si incrina nella sua costituzione, il che significa che nel succedersi delle epoche parole, cose e azioni affondano nel loro stesso fondamento, nel loro principio istituente.

Questo divenire non è estraneo alla storia e non è l’evento finale della storia; è, come Nietzsche aveva previsto, l’essere storico dell’accadere. Il movimento regressivo della storia emerge passandola contropelo come aveva intuito Walter Benjamin. L’angelo con le spalle rivolte al futuro rivolge lo sguardo al passato che si accumula in rovine davanti ai suoi occhi.

Dunque i processi reali di liberazione non sono singolari, nè universali, ma storici, geografici, politici; sono movimenti tellurici che producono una rottura dell’ordine del discorso.

Trasformare le catene in legami scrivono Benasayag e Cany, cioè, traduciamo, – comprendere che ciò che ci opprime e ci deprime può essere ciò che ci libera e ci affetta.

Abitare il mondo in rovina. La vita liberata dal vincolo dell’azione che edifica, realizza e fa strumenti dei corpi, definisce e pone fine al comando.

L’antropocene destituito

Un altro documento del millennio, salvato dalle acque, racconta un altro decorso della storia.

Si risale al primo tempo degli uomini, delle donne, delle specie, quando ancora non c’erano i generi e le definizioni erano opache, i nomi erano collettivi e gli asteroidi del pensiero che viaggiavano a velocità inaudita resistevano nello spazio – non erano ancora idee.

Non sappiamo chi ha ricostruito questo scritto, ma capiamo che è il portato protetto di lunghe discussioni, incontri intorno al fuoco, quando si rievocava l’ultima catastrofe, le palle di fuoco e lo sterminio delle conifere.

Una reporter dell’ultima guerra lo ha ritrovato tra le macerie di uno studio medico, bombardato più volte e ora nido di gabbiani, a pochi chilometri da qui. Lo ha tradotto da una lingua che in pochi hanno appreso, quando, all’epoca delle comuni, gruppi di studiosi si dedicavano allo studio delle lingue solo parlate.

Un amico che era venuto fin quassù dalla città in fiamme, prima di fuggire verso il mare e le nebbie del nord, me lo ha dato. Lo trascrivo nell’album da collezione che rimarrà qui, perchè qualcuno lo trovi.

Il nome della cronista è quasi illegibile, ma il mio amico è sicuro di averla conosciuta ad un party di beneficenza per gli scampati all’uragano Harry. Stephanie Wakefield. Il titolo del saggio è Anthropocene destitution.

Gli scienziati Steffen, Crutzen e McNeill definirono l’antropocene come l’epoca della terra divenuta incognita planetaria. Che l’uomo è divenuto una forza geologica. Da quel momento una letteratura imponente, critica, espressiva, racconta l’evento. Gaia si mobilita: Bruno Latour ne rievoca il mito organico. Viveiros de Castro e Deborah Danowski contestano l’ennesima antropologia bianca. Chakrabarty ne indica il senso univoco. La storia dei vincitori è il clima dell’occidente divenuto mondo.

Nietzsche lo aveva previsto. Che l’uomo essendo un’invenzione recente – 1 secondo dell’orologio cosmico, dall’epoca della fine degli dei ha smesso di tendere l’orecchio al battito d’ali.

Quindi un panorama distopico dell’umanità alla fine si è disteso sotto gli occhi ciechi degli scienziati dello sviluppo liberale.

Quindi multimilardari insani hanno indicato possibili vie di fuga dal pianeta devastato. Ed era già distrutto quando si è cominciato a chiamare “pianeta” la terra. Il pianeta-terra è la visione dallo spazio, ma non è la terra, la concreta, infaticabile, salutare terra. Ivan Illich lo ricordava.

Quindi, invece di vivere la terra, si iniziava a vivere sulla terra, e ora: l’insegnamento del passato e l’abilità a sopravvivere non sono mai state così popolari. Tecniche e conoscenze per vivere in un “ambiente naturale”, cibo, rifugio, coltello, accetta, riconoscere piante ed erbe, attrezzi in legno, corde.

«Gli Americani stanno insegnando a se stessi come fare un fuoco, riconoscere le tracce, squartare un cervo, navigare con le stelle e prepararsi al blackout». Prepararsi al disastro che c’è già stato.

Un certo potenziale destituente è insito in questa rottura del rovinoso sistema “socioeconomico” e consiste nel riprendere il potere sulla propria vita e le proprie abilità. Ma se questi Americani avessero letto Jack London, se avessero letto La peste scarlatta, non sarebbero ridotti ad animali risentiti lontani dal branco.

Qui invece, ancora un’istituzione – mentre è l’invisibilità a salvarci, l’abbandono della tradizione politica, delle logiche del potere. «La costruzione di una forma di vita coincide…completamente con la destituzione delle condizioni sociali e biologiche nelle quali si è gettati».

Questo antico detto serve ad estendere la percezione del mondo in rovina. Oltre alle condizioni sociali e biologiche, anche le condizioni ambientali, ereditarie, culturali e morali bisogna abbandonare. Cioè: il bisogno di istituzioni che non esistono più – occupate nell’era moderna dalle forze distruttive dei mercati.

Un altro testo più recente recitava: «La nostra epoca presente può rappresentare una specie di metanoia (conversione)». Nel passato più prossimo in effetti solo pochi, avvertiti artisti-pensatori, ultimi eredi di cacciatori-raccoglitori, predicavano l’inversione, il riflusso verso l’origine delle serie. Quella recessione, quel movimento regressivo, quella spinta vitale all’indietro svelava l’esistenza come apparenza; la realizzava, era il momento nativo, l’attimo che è voce dell’immediato.

L’inversione era il movente della «secessione delle plebi… che cercano il modo di non ritornare più in un pianeta urbanizzato distrutto da crisi ambientali ed esistenziali e governato da algoritmi “fondi-cervello” e grandi piattaforme tecnologiche».

Fuga dall’antropocene, non interpretazione del mondo per creare un nuovo codice di governo della vita. Se antropocene è Eko Atlantic City, città “resiliente” di bunker e comunità galleggianti al largo della costa nigeriana fondata da banche e corporations, non è ricalibrando i sistemi high-tech, oppure inventando nuove arti di sopravvivenza nelle rovine del neoliberismo che si fa secessione. Non si sopravvive.

Per paradosso sono le rivolte dei primi 2000, dall’Argentina alle primavere arabe a Ferguson nel 2014, a Baltimora nel 2015 e sono state le piazze dei gilet jaunes a destituire sia i modi polizieschi di governare che le lotte di massa organizzate alla fine del XX secolo.

Il paradosso di queste ragioni è che la pratica insegna che antropocene e inoperosità non coincidono. Secessione dal lavoro: centinaia di migliaia di lavori vengono abbandonati. La fuga da città invivibili è l’inizio di una vita ignota. É rischio della sopravvivenza. Milioni di poveri che non possono essere inoperosi, in Africa, in India, in Cina, lavorano da schiavi nell’antropocene usata dalle grandi infrastrutture finanziarie per smantellare siti e città ritenute nocive per l’ambiente. Sono masse che vivono in infrastrutture tossiche, mangiando cibi patogeni, bevendo acque inquinate nel mondo governato da Amazon, Intelligenza Artificiale e Metaverso.

Ghetti, slums, favelas, discariche e villaggi sono demoliti per far posto a comunità chiuse e smart cities. La terra è dei ricchi, il deserto per i poveri che ci abitano. La terra è sempre più deserto.

Architetti e designer che vogliono migliorarla, redimerla, ricostruirla sono gli artefici della distruzione. Ecco perchè hanno successo. Il tanfo del benessere sostenibile.

«La speranza più forte di evitare questo destino, nel quale i popoli e gli animali vagano tranquillamente nella notte dovrebbe orientarsi alla destituzione dell’antropocene». Dunque non solo bisogna sopravvivere tra le rovine ma prevenirne l’estensione popolando comunità, tribù, arte.

Qui il documento si interrompe. Il contatore segna un valore alto. Dobbiamo andare.

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