La questione antropologica tra fini del mondo e mondi della cura

Piani di salvezza è un laboratorio tra le rovine. Questo spazio annuncia lo stato presente del mondo, è la memoria di un esodo, la traversata su una zattera disorientata. É la percezione scritta, vissuta, sentita di un’esperienza nel tempo della fine. Insieme ad altri naufraghi che battono altre rotte, proviamo a elaborare i modi in cui è possibile abitare quello che resta. Lo facciamo sui margini dei saperi antropologico, filosofico, artistico, con strumenti che ci sono stati consegnati dalla critica e dalla genealogia, dalle lotte, dalla spiritualità, dalla cura e da quelle scritture in cui pratiche e pensiero sono inseparabili. In questa pagina saranno ospitati materiali direttamente o indirettamente collegati con il progetto di ricerca collettivo Piani di salvezza.

L’idea è di sviluppare una rete informale che connetta persone e gruppi eterogenei, accomunati da una tensione fra la ricerca e le pratiche, e dall’interesse a condividere esperienze e riflessioni che possano in qualche modo inscriversi nella cornice proposta.

Immaginiamo una sorta di arcipelago, un sistema nel quale ciascun’isola, pur continuando a vivere di vita propria, possa essere raggiunta dagli abitanti delle isole vicine, e accogliere i loro linguaggi e le loro prospettive sul mondo e sulla storia.

I bracci di mare, se da un lato garantiscono l’autonomia di ogni realtà, dall’altro si fanno invito a essere percorsi per raggiungere gli abitanti delle isole vicine.

Senza trascurare i tagli e le discontinuità, si tratta d’investire sulla “morbidezza” dei profili e dei confini, per provare a costruire dei mosaici “comuni” e perciò inediti.

Un arcipelago come macchina da montaggio, finalizzata alla costruzione di zattere meticce.

Alice: figura che non suggerisce voli ma cadute nel basso, percorsi da talpa. Alice come figura del dono fra le tribù.

Oggetto soffice come le bambole, i vestiti vecchi, le collane di perline scambiate per stabilire alleanze.

Gli oggetti servono come doni per stabilire alleanze, oppure come valori di scambio per stabilire gerarchie.

Gianni Celati, Alice disambientata. Materiali collettivi (su Alice) per un manuale di sopravvivenza (1977).

Giocando sull’ambivalenza semantica del termine “piano” (sia programma strategico sia dimensione o livello, come i Mille piani di Deleuze e Guattari), il titolo si limita a indicare le coordinate generali del percorso di ricerca in cui ci si potrebbe riconoscere e incontrare:

 

    • la questione antropologica, considerata anche in una prospettiva cosmica o “oltre-umana”;

    • la questione delle apocalissi culturali (o delle visioni della fine del mondo), che tenga conto anche di un’analisi “post-apocalittica”, ossia dell’avvento dell’uomo nuovo neoliberale con la sua promessa messianica di un “mondo perfetto”;

    • la questione della cura e del legame sociale, intesa anche nel senso più ampio dell’individuazione, della costruzione e dell’assemblaggio di concreti “piani di salvezza”.

Tali direttrici riflessive, anche se magari fanno eco in maniera più diretta allo specifico profilo di una persona o di un gruppo, sono da considerarsi trasversali, e perciò in grado di garantire e intensificare le connessioni all’interno della rete.

La cornice proposta dovrà inizialmente restare quanto più possibile “vuota”: solo così il percorso di ricerca potrà aprirsi alle risonanze e alle proposte di ciascuna persona o di ciascun gruppo.

Potremmo considerarla uno schema vuoto, come quelli che Giuliano Scabia usava nel suo Teatro Vagante. In altri termini, ciò che farà inizialmente cornice, non sarà tanto, come di solito accade, l’argomento e il programma del ciclo d’incontri, bensì la rete concreta delle persone e dei gruppi che avranno voglia d’implicarsi in qualche misura nella dinamica.

Il paesaggio si disegnerà a mano a mano, costruendo zattere ibride e navigando insieme nell’arcipelago.

Perché la rete è “informale”?

In primo luogo, perché non è il format a produrre la rete, ma è piuttosto la rete a inventare il suo format.

Siamo fin troppo abituati a imbrigliare la ricerca, e le relative forme di legame sociale, in logiche consolidate e che sembrano andare da sé: budget, richieste di finanziamento, organizzazione di convegni o cicli di seminari in relativi argomenti, programmi, elenchi di invitati ecc.

Un sistema di deduzione implacabile e che finisce quasi sempre per escludere dall’orizzonte la possibilità dell’evento, irretito nella ripetizione di rituali svuotati di senso, e dell’incontro, ridotto a un teatrino delle buone maniere, in precario equilibrio fra il formalismo e la logica dell’interesse.

Riteniamo possibile mutilare l’attività di ricerca della sua avventura e della sua intensità, soprattutto quando la ricerca si vuole “collettiva”?

In condizioni normali, potremmo rispondere di sì: non è bello, ma è possibile. Anzi è quello che avviene di solito.

Tuttavia potremmo chiederci: viviamo in tempi normali? E se viviamo in tempi normali, perché parlare di “piani di salvezza”? Viceversa, parlando di piani di salvezza non stiamo indicando la necessità di un certo voto di povertà? Prendere sul serio la catastrofe non significa che, da ricercatori, dovremmo impegnarci nella costruzione di zattere di salvataggio, invece di continuare a danzare sui vari Titanic della cultura accademica e mainstream?

La rete è informale perché non poggia su nessun presupposto, perché non dà nulla per scontato: né rispetto ai contenuti della ricerca, né rispetto al modo di costruire legami fra i ricercatori.

Non esiste un piano preciso della zattera, e non esiste nemmeno una squadra già costituita con l’incarico di costruirla.

Ma allora come si fa?

Spesso, pur consapevoli delle mutilazioni cui andiamo incontro, accettiamo di irreggimentarci perché riteniamo che si tratti di un passaggio obbligato. Funziona così, e non si può fare altrimenti: se si vuole fare ricerca, non si può che accettare un certo regime di “razionalizzazione” (di formattazione) accademica o mainstream.

Ma siamo sicuri che funzioni proprio così? Che non vi sia un altro modo di procedere?

Pensiamo al bricolage: una razionalità così sofisticata, nella sua apparente semplicità, da fare invidia alle tecnologie più avanzate, e che oggi consideriamo rudimentale solo per esorcizzare la sua potenza (che è in primo luogo “potere di agire”, giacché conferisce a chi ne fa uso un grado di autonomia inversamente proporzionale ai mezzi di cui dispone).

Si può fare ricerca in una logica di bricolage?

In ogni caso, questo è l’esperimento che vorremmo condividere: un “assemblaggio” creativo, tanto sul piano dei contenuti della ricerca, quanto su quello delle relazioni fra i ricercatori.

Che si tratti di singole persone o di gruppi, ognuno porterà i suoi pezzi di legno salvati dal naufragio, mettendo a disposizione le proprie risorse.

La costruzione della zattera comincerà con le prime tavole poggiate per terra e legate fra loro.

Ognuno potrà organizzare degli incontri nella propria realtà (nel caso di gruppi già impegnati in questo tipo di attività, gli incontri potrebbero essere integrati nelle loro rispettive programmazioni). Pur operando in autonomia, chi promuove gli incontri terrà conto della cornice comune e tenderà a “fare rete”, invitando a partecipare gli abitanti delle altre isole, e preoccupandosi di far circolare nell’arcipelago tutta la documentazione riguardante gli incontri stessi.

Agli incontri seminariali, che potrebbero essere aperti al pubblico, si affiancheranno dei “tavoli da lavoro” ristretti.

Si tratta di un’articolazione fondamentale: raccogliendo punti di vista molteplici ed eterogeni, questi tavoli avranno la funzione di far lavorare a stretto contatto i ricercatori su una “documentazione” comune, intensificando il piano di ricerca attraverso una dinamica di confronto reciproco e di cooperazione (e attraversando così lo specchio della cosiddetta multidisciplinarietà, spesso formula vuota o mero bon ton accademico).

A tal proposito, pensiamo al lavoro di Ernesto De Martino sulle documentazioni psicopatologiche e letterarie, finalizzato all’analisi delle apocalissi culturali nel mondo occidentale moderno e contemporaneo: un approccio che potrebbe essere fecondamente ripreso e attualizzato.

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