La guerra e il noi

La mia posizione dipende da una tale impossibilità che non è più una posizione ma una contrattura. Torcicollo perpetuo. Non ho posizione, non ho partito, sono semplicemente sconvolto perché appartengo completamente a questa violenza. Guardo la terra di mio padre e di mia madre e mi vedo: potrei uccidere ed essere ucciso dai due lati, da sei lati, da venti lati. Potrei invadere e terrorizzare. Potrei difendermi e resistere e, come se non bastasse, se fossi l’uno o l’altro, saprei giustificare l’ingiustizia che abita in me. […] Questa guerra sono io, io sono questa guerra.

 pdf                                                                                       Wajdi Mouawad, luglio 2006

Il conflitto israeliano-palestinese ha riacceso una riflessione nata durante la pandemia, anche se, evidentemente, ciò che è successo in quel periodo ha rivelato una tendenza già presente e radicata: la militarizzazione del discorso pubblico e dello spazio sociale. La “guerra contro il virus” era forse una metafora un po’ forte, per descrivere un problema sociale di ordine sanitario, la cui urgenza e gravità sembravano tuttavia giustificare l’uso di una simile immagine. Il problema, come abbiamo scoperto strada facendo, è che quell’espressione bellica aveva la capacità “performativa” di produrre la realtà di cui parlava: per dirla con John L. Austin, le parole facevano cose. La metafora della guerra contro il virus ha funzionato, concretamente, come una “chiamata alle armi”: bisognava mobilitarsi subito, schierarsi senza se e senza ma. Un’accetta si è abbattuta sul corpo sociale, spaccandolo in due come una noce secca, con le conseguenze che tutti, in prima persona, abbiamo potuto sperimentare: quanti “legami” sono stati intaccati, lacerati, annullati durante la pandemia? L’altra faccia della metafora della guerra contro il virus è stato il clima di conflittualità diffusa venutosi a creare: una sorta di “guerra civile”, combattuta certo con modalità diverse, ma non per questo meno reale nella sua dinamica, né meno distruttiva quanto alla tenuta complessiva di un legame sociale già degradato, eroso da decenni di individualismo esacerbato. Ripensandoci oggi, a mente fredda, le posizioni assunte durante la pandemia, basate sull’identificazione partigiana contro un nemico assoluto, potranno apparire forse un po’ grottesche, ma solo perché abbiamo la memoria corta, e ci piace dimenticare le cose per continuare a fare meglio lo stesso, cioè il peggio. Il canovaccio bellico affermatosi durante la pandemia si è puntualmente ripetuto con la guerra russo-ucraina e poi con quella israeliano-palestinese. In questo modo, paradossalmente, il problema della militarizzazione del regime discorsivo e dello spazio sociale ha finito per mimetizzarsi, in modo quasi tautologico, perdendo la sua problematica evidenza: trattandosi di guerre, sembra naturale schierarsi con una parte o con l’altra del conflitto. In realtà, l’aspetto più sconcertante della faccenda è proprio la banalità con cui il canovaccio si ripete. Sembra che qualsiasi evento, dai più futili ai più drammatici, sia solo un’occasione per innescare il colpo d’accetta manicheistico (oggi l’“equivalente generale” è evidentemente connesso con il regime mediatico, dove tutto è prodotto e circola come merce-spettacolo).   

Un sordo imperativo ci ingiunge di schierarci, sempre e in qualsiasi occasione. La realtà dei problemi sociali sembra quindi poter essere appresa solo attraverso il gesto di “prendere posizione”, da una parte o dall’altra della barricata. Ciò produce due conseguenze, di cui è difficile sopravvalutare l’importanza: da un lato, la complessità dei problemi è preventivamente ridotta al binarismo brutale del bianco e del nero, cioè del bene e del male; dall’altro, la dimensione sociale di ciò con cui dobbiamo fare i conti, subito ricondotta allo schema amico-nemico, fa sì che i problemi, piuttosto che interrogarci mettendo in discussione le nostre certezze, diventino l’occasione per riaffermare la nostra identità “contro” gli avversari. In altri termini, il “sociale” – inteso come orizzonte “comune” all’interno del quale ogni presa di posizione, attraverso la discussione, il confronto, il conflitto, dovrebbe inscriversi – tende a dissolversi, fin quasi a scomparire: si va da una guerra civile all’altra, con brevi parentesi di “pace”, utili solo per rimuovere la guerra precedente e lanciarsi a capofitto nella successiva. Non si tratta quindi di rinunciare a prendere posizione, ma di non affrettarsi a farlo; ossia di non farlo senza aver spalancato gli occhi sulla realtà, spesso incommensurabile, dei problemi che ci assillano, e restando perciò ciechi rispetto alla scommessa “proto-politica” del legame sociale. Da tempo si parla di crisi della democrazia, dello spazio pubblico, del welfare ecc. Ma riusciamo a immaginare cosa possa significare la crisi del “sociale” stesso? Forse la vera catastrofe del nostro tempo è l’impossibilità di fare i conti con la realtà sociale tout court, evitando che i problemi, diventando mere occasioni di scontro, siano ridotti alla triste contabilità dei danni e dei morti che ciascuna parte rinfaccia all’altra (pensiamo ai dibattiti odierni sulla salute mentale, innescati da tragici “incidenti”, e che spesso si risolvono miseramente in uno scambio di accuse dove ciascuna parte rinfaccia i “propri” morti all’altra).

È possibile che questioni come la guerra, la povertà, le migrazioni, la salute fisica e mentale, l’ambiente, trovino espressione solo attraverso gli slogan branditi da fazioni rivali? Un po’ come i capi ultras aizzano i tifosi dando le spalle al campo da gioco? Oggi l’antagonismo politico funziona banalmente sul modello delle curve calcistiche, in stretto rapporto con il funzionamento manicheistico dei social network, nonostante ci piaccia continuare ad avanzare in nome dei vecchi monumenti, “patriottici” o “resistenziali” che siano. Il problema è proprio questo: la sostanziale indifferenza alle partite reali che si stanno giocando; indifferenza di cui l’atteggiamento partigiano si nutre e che al tempo stesso, circolarmente, alimenta. Codificando la realtà sociale attraverso la grammatica amico/nemico, ci troviamo già sul terreno della cosiddetta post-verità: la realtà è “finta” (letteralmente plasmata) in senso politico, e probabilmente la “finzione politico-mediatica” della realtà è uno dei più importanti vettori delle attuali società della finzione.

È forse un caso che oggi l’unico a fare appello a un “noi” – alla responsabilità di tutti e ciascuno rispetto ai problemi sopra elencati – sia il Papa (pensiamo alla recente esortazione Laudate deum sulla crisi climatica)? Attenzione però, l’unicità o la “solitudine” del Papa non può diventare un alibi, e va perciò considerata, anche e forse soprattutto, come un sintomo: la manifestazione della generale incapacità di porci nell’orizzonte di un noi, per affrontare gli immani problemi che ci affiggono, i quali diventano invece l’occasione, quasi aneddotica, per prendere posizione schierandoci gli uni contro gli altri. Il noi a cui ci riferiamo, è bene sottolinearlo, è tale nella misura in cui travalica, non solo i confini nazionali o sopranazionali, ma anche quelli che delimitano ogni perimetro umanistico (antropocentrico). In tal senso, l’orizzonte del noi dovrebbe sempre avere una portata “cosmica”. Abbiamo definito “immani” i problemi con cui dobbiamo confrontarci, perché, in effetti, essi si presentano nella forma di ciò che Lacan chiama il Reale: ciò che è “impossibile” da nominare e da rappresentare, e che perciò sfugge a ogni controllo. Pensiamo appunto alla pandemia, all’escalation delle guerre, alla crisi ambientale e ai cambiamenti climatici. Dinanzi a questi eventi o processi incommensurabili, tendiamo a reagire come nel film Don’t Look Up: l’annuncio apocalittico che un meteorite colpirà la Terra, distruggendola, addomesticato attraverso la sua trasposizione mediatica, si trasforma nello sfondo aneddotico per le banali macchinazioni della vita quotidiana (a cominciare dal presidente degli Stati Uniti che lo strumentalizza per scopi elettorali). Resta che oggi il tessuto della vita quotidiana è sempre più lacerato da squarci apocalittici. La realtà è sempre più “bucata” dal Reale, l’esperienza che ne facciamo sempre più caratterizzata da un sostrato “traumatico”. Sembra insomma che il Reale tenda a coincidere con la realtà sociale stessa. Come se il Reale, per così dire, non fosse più l’eccezione ma la regola, il paesaggio “catastrofico” in cui siamo perennemente inscritti, e l’esperienza sociale, nella sua stessa banalità, si presentasse ormai nella forma dell’impossibile.    

Questo è il motivo per cui la realtà sociale dovrebbe oggi fare appello all’orizzonte di un noi. Ovvero, dall’altro punto di vista, questo è il motivo per cui il nostro “rispetto”, tradizionalmente riservato alla Legge o alle Istituzioni, dovrebbe andare prima di tutto al Sociale. Di solito ragioniamo sulla base della seguente equazione: più qualcosa è grave, più bisogna affrettarsi a prendere posizione, a schierarsi. Ma nel momento in cui siamo posti dinanzi a qualcosa d’incommensurabile, se cioè la realtà sociale si presenta nella forma del Reale, bisognerebbe provare a fare l’esatto contrario. Porsi dinanzi al Reale-Sociale, prenderlo in piena faccia, implica introdurre un intervallo nella presa di posizione, dilatandola dall’interno, in modo che possa continuare a risuonare l’appello all’orizzonte di un noi. C’è sempre tempo per cadere da un lato o dall’altro della barricata. Nel frattempo, si può scommettere sull’avventura proto-politica del legame sociale, cioè incontrare gli altri per provare a inventare insieme un’altra forma di vita possibile. Nel cuore della catastrofe, il “tempo che resta” è precisamente l’intervallo messianico nel quale proviamo a salvaguardare, a reinventare i legami sociali, e in questo modo a salvarci. Perché da soli non ci si salva. Il momento storico in cui viviamo sembra più che mai contrassegnato da una mobilitazione basata sulla coppia amico/nemico, e da un divenire partigiani basato sull’individuazione del nemico assoluto. L’epoca, se vogliamo, sembra più che mai schmittiana. Eppure la prima cosa da fare potrebbe essere dimenticare Schmitt. Un po’ come fa Foucault quando, in un appunto del corso Sicurezza, territorio, popolazione, afferma che niente è politico e tutto è politicizzabile, tutto può divenire politico: non perché ci schieriamo, ma perché assumiamo una contro-condotta; perché proviamo a condurci e a vivere in modo diverso; perché mettiamo in gioco il nostro ethos, con tutti i rischi che ciò comporta. Sembra invece che oggi la vita sociale sia fondata sull’assioma inverso: tutto è politico e niente è politicizzabile. Non è forse questa l’esperienza che facciamo tutti i giorni? Tutto è politico: perché in ogni occasione siamo chiamati a schierarci, indossando una casacca partigiana già pronta per noi, che ci aspetta ai bordi del letto quando ci svegliamo al mattino, e che ci accompagna durante tutta la giornata fino a quando andiamo a dormire la sera. E al tempo stesso niente è politicizzabile: perché, nonostante la mobilitazione totale della nostra esistenza, sentiamo la mancanza di una vera dinamica politica. Perché ci sfuggono l’orizzonte (del noi) e le poste in gioco (di verità) di questo stesso piano di mobilitazione. La situazione appare al tempo stesso iperpolitica e impolitica, e questo la fa somigliare a una situazione “totalitaria”. L’eccesso di governo è infatti proporzionale all’impossibilità di strappare qualcosa al tutto politico, costruendo occasioni per preservare-reinventare il legame sociale, cioè per continuare a fare appello all’orizzonte di un noi. La novità è che oggi la mobilitazione totale è “industrializzata” mediaticamente, raddoppiata cioè da un tutto mediatico che la rafforza in modo circolare: sia rispetto al binarismo manicheistico, di cui i social network costituiscono un immenso terreno di coltura, sia rispetto alla fatale povertà di vere poste in gioco politiche, ossia di dinamiche capaci di rimettere in discussione lo stato di cose esistente, per inventare nuove forme di legame sociale.

Le conseguenze del tutto politico-mediatico in cui siamo immersi, non vanno sottostimate, e offrono lo spunto per una riflessione conclusiva sulla “comunicazione”. Per Deleuze, essere di sinistra è soprattutto una questione di “percezione”: non si parte da sé per poi allargare la prospettiva al mondo, ma si percepisce prima l’orizzonte, si percepisce “all’orizzonte”, facendo i conti con problemi che il mondo ci pone (per esempio il fatto, come dice Deleuze, che vi siano intere popolazioni che muoiono di fame). Consideriamo ora l’attuale strategia comunicativa di destra. Assistiamo, in particolare, al moltiplicarsi di trasmissioni animate da persone appartenenti a ideologie diverse, o comunque rappresentative di posizioni diametralmente opposte (Il rosso e il nero è il titolo eloquente di una trasmissione in onda ogni mattina su Rai Radio 1). Persone che stanno lì per il loro essere di parte, per posizionarsi l’una contro l’altra ostentando la loro partigianeria. Il confronto dialettico sembra alimentare il pluralismo delle opinioni, ma la realtà è del tutto diversa.

La prima “trappola” è ben nota, e dipende dal rapporto di forza intrinseco a ogni dispositivo comunicativo: il contesto è il messaggio. In un talk show, per esempio, prevarrà sempre l’opinione promossa dalla linea editoriale, per la semplice ragione che l’atmosfera comunicativa tende a indebolire le opinioni contrarie, fino a neutralizzarle, a disinnescarle. D’altronde, è abbastanza comune un’esperienza di questo tipo: un giornalista pone una domanda “orientata” a un esperto di migrazioni o di questioni ambientali; tuttavia può succedere che l’esperto esprima un punto di vista che prende in contropiede le aspettative del giornalista, il quale però, con perfetta nonchalance, chiosa riaffermando il proprio orientamento, come se non avesse ascoltato ciò che ha detto l’invitato, ovvero come se le parole dell’esperto avessero avvalorato l’orientamento dettato dalla linea editoriale del programma. E così l’ascoltatore, completamente disorientato, si ritrova a fluttuare in una “finzione politico-giornalistica”, incapace di distinguere tra vero e falso, cioè costretto a credere e a non credere al tempo stesso a ciò che ha detto l’esperto e a ciò che ha continuato a suggerire il giornalista. La presenza nelle trasmissioni di persone “dissenzienti” è spesso un alibi per nascondere un gioco nel quale è stabilito in partenza chi vincerà e chi perderà. Per quanto solidi possano essere gli argomenti, per quanto evidenti possano essere le prove in suffragio di tali argomenti, l’unico risultato sarà di vedere umiliate, ridicolizzate le proprie posizioni. E ci sarebbe da chiedersi per quale motivo chi dissente si dia in pasto a queste “banali” gogne mediatiche: per semplice ingenuità, o magari perché, invece di partire dall’orizzonte, è mosso a sua volta da un personale tornaconto “mediatico”?  

Ma la cosa non finisce qui. Oggi la strategia comunicativa sembra più sottile. Si profila una nuova trappola, più subdola e quindi più efficace e pericolosa. Da tempo, sebbene vi sia un certo pudore (interessato) a confessarlo apertamente, il giornalismo-spettacolo e la comunicazione-social, a causa della loro pervasività e della conseguente capacità performativa di plasmare il corpo sociale, hanno colonizzato l’infosfera, finendo per rovesciare le gerarchie tradizionali. Insomma, sono i format come Le Iene o Striscia la notizia e la comunicazione binaria dei social a costituire il modello del giornalismo e della comunicazione “ufficiali”, e non viceversa. La nuova strategia comunicativa di “destra” s’inscrive in questo paesaggio. Diciamo di destra pensando alla dimensione “percettiva” di cui parla Deleuze, e non (solo) a ragioni politiche contingenti, relative cioè alla presenza di un governo di destra. Che effetti produce il fatto di affidare la conduzione di un programma di giornalismo-entertainment a un rosso e a un nero, ossia a due persone dichiaratamente schierate dai lati opposti della barricata? Potremmo pensare che si tratti di un bell’esempio di pluralismo democratico. Invece è tutt’altra cosa. Non si tratta solo del fatto che, per le ragioni di cui sopra, il punto di vista “nero” s’irrobustirà e risulterà sempre vincente, mentre quello “rosso” – in mancanza di una cornice in cui inscriversi, di un’atmosfera in cui fare presa – tenderà a diventare evanescente, a degradarsi, fino ad apparire come la caricatura di se stesso. Il vero problema è un altro. Il problema è che questo dispositivo comunicativo, che semplifica la realtà sociale riducendola al binarismo politico più crudo ed elementare, fa presa sull’atmosfera di manicheismo diffuso e generalizzato (industrializzato) dei social. La riecheggia puntualmente e, in tal modo, la conferma, la legittima, l’alimenta. Sembra di assistere a una lirica manifestazione di democrazia, invece stiamo subendo un’oscena “pubblicità” del format-guerra civile: il marketing di un tutto mediatico-politico pensato e vissuto nella forma di un’irriducibile contrapposizione tra partigianerie opposte. Cioè tra ultras di curve rivali. Attraverso questa forma di comunicazione, l’orizzonte del noi tutti i giorni collassa, dissolvendosi miseramente, a favore di un colpo d’accetta ripetuto all’infinito e spacciato per democrazia. Il fatto che questo taglio binario – tra se stessi e gli altri, pensati e vissuti come nemici assoluti – s’inscriva in una finzione politico-mediatica, non lo rende meno concreto e sanguinoso. In questo modo, infatti, la destra vince sempre. Continuiamo a giocare partite in cui si sa in anticipo chi vincerà e chi perderà. Perché oggi la destra si nutre in primo luogo di una diffusa percezione paranoico-fascista della realtà sociale; mentre la difficoltà di ritrovare l’orizzonte di un noi – di percepire l’appello ad affrontare i problemi che la realtà sociale ci pone nell’orizzonte di un noi –, fa sì che la sinistra annaspi e stenti a esistere. E anche di questo dovremmo tenere conto, quando ci affrettiamo a prendere posizione.  

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