Immaginare la pace

1/11/2023

La memoria già satura delle guerre degli inizi del XXI secolo non è condensata in una data storica a cui risalire ma nell’evento che la contiene: la terza guerra mondiale a pezzi, come ha detto Papa Francesco, combattuta con atroce intensità. Questa memoria era già memoria dell’avvenire. Alla fine degli anni Novanta, in Chiapas, l’EZLN aveva annunciato la quarta guerra mondiale rivelando lo scenario della guerra come a-priori storico della modernità e non come fine della storia. (pdf)

Guerre di Bosnia e Kosovo, Afghanistan, Iraq, le sequenze di conflitti promossi dalla NATO e dalla jihad che hanno falciato le “primavere arabe”, le guerre scomparse in Africa, Yemen, Siria, Kurdistan, il conflitto Russia-Ucraina. La guerra permanente dell’occidente è diventata guerra senza fine. Guerra di stragi e di vendetta che ha già compiuto il salto decisivo verso la guerra assoluta, quella che termina con l’annientamento del nemico.

Corpi belli da rave, corpi straziati, corpi martoriati, torturati nelle carceri e imprigionati nei tunnel; corpi senz’acqua e senza cure. Corpi bambini. Corpi poveri governati da ricchi con cui l’occidente fa affari e a cui vende armi e prestigio in cambio di petrolio. I dannati della terra sono nella terra dei dannati. Ecco l’abisso del conflitto Israele-palestinesi, della guerra secolare che in quella parte apocalittica del mondo racconta le forme storiche di conflitto tra le nazioni.

Questa memoria del presente che è dominio, razzismo, terrorismo e orrorifica propaganda scritta, filmata e socializzata, è la galleria in cui sono esposti i quadri che rappresentano i profili di morte degli stati, dei governi, dei partiti e degli eserciti. La guerra “dentro” è il marchio mondiale dell’individuo che ha esportato l’occidente, che impregna affetti, relazioni e i poteri diffusi del governo dei viventi. La forma mondiale dello psicofascismo quotidiano non fa più differenza tra essere armati di un linguaggio o di un bazooka, di una videocamera o di un drone.

Nel secolo della guerra mondiale di annientamento, di cui l’informazione dà conto come esito inevitabile delle relazioni tra stati, la popolazione scompare come soggetto di pace e diviene parte dello stato nazionale, del suo discorso, delle sue retoriche, del suo ingaggio permanente nel diritto alla difesa, al terrore, alla vendetta. Lo stato non coincide più con il potere pubblico, non è più lo stato di una popolazione ma dei mercati; gli stati sono effetti della presa dei mercati sulla vita delle popolazioni.

Michel Foucault indicava la natura bellica del potere di stato nel fatto che la politica riscrive di continuo il rapporto di forze nelle istituzioni, nelle disuguaglianze, nel linguaggio, nei corpi. Nella costituzione degli stati nazionali, a prescindere dalla forma di governo, politica e guerra sono reversibili. Il rovesciarsi del famoso aforisma di Clausewitz, la politica è guerra continuata con altri mezzi, segna la micidiale quanto banale realtà del tempo di pace, la cui storia è storia della guerra nelle sue interruzioni, limitazioni, diminuzioni di intensità e di portata.

Dal momento in cui la ragion di stato ha definito i modi e le tecniche di governo della popolazione dalla metà del XVI secolo, le popolazioni sono gli oggetti, i bersagli, ma anche i soggetti residuali dell’esercizio del governo di sicurezza. Presenti come evento numerico, quantitativo: bilancio delle vittime e dei feriti, numero dei profughi, perdite in combattimento, ammontare dei danni… del tutto assenti come soggetti politici, soggetti di negoziato, di tregua e di aiuti umanitari. La popolazione è investita da un dispositivo diplomatico, l’uomo di guerra, l’uomo in guerra, che combatte su più fronti: il nemico armato, i disertori, i pacifisti traditori. Nello stato di guerra permanente “il popolo” è il soggetto giuridico titolato a imbracciare le armi, ad essere oggetto di informazione-propaganda, a ricostruire la volontà sovrana archiviata nella quotidianità.

Del resto da tempo la guerra non è più l’altra faccia delle attività e del lavoro ma è il conflitto quotidiano del lavoro con la soggettività, la normale imposizione di una linea del fronte soggettiva, che attribuisce all’“altro” un crudele intento strategico, una feroce intenzione distruttiva, la perversa tessitura del male.

Oggi è urgente trovare al di fuori della logica dello stato le possibilità politiche concrete, non dettate dal realismo delle necessità ma dall’immaginazione politica, di un altro discorso, di un’altra logica, di un altro spazio abitato da corpi, non vittime, uno spazio di articolazione di corpi e linguaggio.

Durante la seconda guerra mondiale Simone Weil scriveva che non si dovrebbe pronunciare alcun diritto se non si considerano i bisogni dei popoli. La guerra totale richiede con urgenza di sospendere i dispositivi di governo della vita.

Oltre lo stato c’è la terra in cui abitano due popolazioni e molti popoli. Oltre lo stato c’è l’autodeterminazione e l’autogoverno di comunità contaminate da secoli; oltre gli stati ci sono popolazioni che nel XXI secolo avrebbero il diritto di immaginare una politica senza stato.

L’immaginazione politica rimane imprigionata nell’esecuzione brutale dei corpi fino a che ci si identifica nello stato nazionale; fino a che l’identità ebraica e palestinese è definita da Israele e Palestina come stato reale e come stato possibile.

Come immaginare una politica di pace che non in capo agli stati, una politica che aggiri il paradigma di sovranità?

L’origine violenta dello stato di Israele all’inizio è stata bilanciata dalle politiche non statali dei kibbutz. Il movimento dei kibbutz è stato l’esperimento socialista contro la politica di sovranità della Nazione Ebraica.

D’altra parte la storia della popolazione palestinese è la storia di comunità e villaggi che con l’occupazione sono diventati enclaves. La storia del dominio romano, arabo, ottomano, inglese, sulla Palestina, trova ragione nella rinuncia delle popolazioni che lo abitavano a fondare uno stato. La Palestina non era affatto un deserto ma una fiorente società araba. Convivenza e cooperazione sono sempre state, benchè in regime di occupazione, pratiche di vita dei diversi popoli della regione. Il costante esercizio del negoziato quotidiano, al mercato, nei quartieri, nelle piazze ha consentito fino a ieri la difficile convivenza arabo-ebraica.

Disdire l’identità nazionale, evadere dalle forme di vita riconosciute nello stato di guerra (soldato, prigioniero, miliziano, profugo), insorgere contro le procedure di identificazione personale e le ataviche rivendicazioni imposte dai miti nazionali. Disertare un’idea di stato che si fonda sull’oppressione e la vendetta. Costruire corpi di pace senza identità; rifiutare come molti in Israele, in Cisgiordania e a Gaza assediata, la militarizzazione delle forme di vita.

Un movimento creativo e insubordinato che implica la scomparsa del mondo colonizzato è possibile nell’orrore di questa guerra. Lo è nel rifiuto dell’identificazione e del controllo remoto dei corpi, rifiuto dello scanner di visi, strade e quartieri; rifiuto delle forze repressive di Hamas.

Lo spazio in cui ricostruire il rapporto tra terra e popolazione è l’autogoverno, non il residuo della colonizzazione ma la conseguenza dell’abolizione degli insediamenti dei coloni. Certo, bisogna costituire uno stato palestinese per attraversarlo e destituirlo ma molti sanno che l’uscita dallo stato di guerra non comporta la ricostruzione di enclaves ma un’esperienza di terra comune in cui sia scomparsa la proprietà. Nel laboratorio politico della Palestina utopia e distopia si annullano. Rimane il vuoto di prospettiva, ma in questo vuoto bisogna cercare le occasioni per la pace.

Il mito di fondazione dello stato d’Israele, disteso tra la memoria della terra promessa e il pericoloso antisemitismo attuale può diventare una forza di negoziato?

La logica omicida di Hamas non è in primo luogo l’effetto della volontà di guerra infinita di Israele. Hamas è un soggetto politico autonomo che ha acquisito consenso e potenza politica e militare; e questa potenza, alimentata dalla corruzione e dall’indebolimento dell’ANP è stata fomentata dall’estrema destra al governo in Israele. Hamas può, anche indirettamente, costituirsi in forza di risoluzione del conflitto?

L’immediata necessità di un cessate il fuoco e di una tregua umanitaria sormonta queste domande senza poterle aggirare. Per la pace bisogna impiegare la forza delle popolazioni per invertire il potere sovrano e il potere del terrore in potenza negoziale. Tutto il potere a questa immaginazione!

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