Crisi ecologica globale e progetto locale

Questo testo, di straordinaria attualità, fu pubblicato per la prima volta nel volume collettaneo: Governare l’ambiente? La crisi ecologica tra saperi, poteri e conflitti, (Mimesis, Milano 2010, pp. 47-67). Ne riproduciamo le parti più significative per ricordarne l’autore, scomparso recentemente.

 

La natura della crisi

Quando affrontiamo il tema della crisi ecologica dobbiamo domandarci innanzitutto che cosa è in crisi, dal momento che da questa risposta dipende il modo di affrontare il problema. La mia risposta è molto sintetica ma lapidaria: è in crisi l’ambiente dell’uomo, non la natura, Gaia, il sistema vivente Terra (Lovelock 1981). Molte correnti del pensiero ambientalista enfatizzano gli effetti catastrofici dell’azione umana sulla natura, assumendo come compito etico la salvezza della natura stessa (“first the earth”). A questo approccio “ecologico” al problema della crisi preferisco un approccio che ho definito “territorialista”, che riguarda il modo in cui gli uomini e le donne si relazionano con la Terra, producendo neoecosistemi (il territorio) attraverso un rapporto co-evolutivo con essa. Ritengo che dovremmo occuparci in primis della crisi dell’ambiente costruito dall’uomo, cioè del territorio: ovvero un insieme di neoecosistemi, temporalmente stratificati, che hanno poco a che fare con la natura originaria. È dalla salute di questi neoecosistemi, prodotti da processi coevolutivi di lunga durata fra insediamento umano e ambiente, che dipende la sopravvivenza delle civiltà umane sulla terra. Molti biologi che studiano i cicli di vita delle specie viventi sostengono che siamo la specie più stupida mai apparsa sulla terra, in grado di ridurre di circa trentamila anni le condizioni del nostro ciclo di vita.

Al contrario Gaia, per quanto facciamo di tutto per ridurne le specie viventi animali e vegetali, modificarne gli assetti climatici, avvelenarne le acque, dissestarne le montagne e così via, troverà, grazie alla complessità ecologica del sistema vivente Terra, nuovi equilibri, nuovi climax, nel lungo periodo, senza di noi.

Un esempio: il crollo di una collina terrazzata, che è un tipico neo-ecosistema costruito dall’uomo e che ha permeato per secoli le culture collinari e montane di tutto il mondo. È stato disboscato un versante, si è creato un nuovo sistema di drenaggio delle acque, un nuovo equilibro idrogeologico, un nuovo climax ecologico, una migliore assolazione, una diversa fertilità dei terreni, un nuovo microclima, una maggiore superficie coltivabile, un nuovo paesaggio. Dunque un neoecosistema, attuato attraverso una relazione sapiente di “fecondazione” della natura.  Quando il terrazzamento crolla per incuria e abbandono, frana la montagna per il dissesto idrogeologico (con gravi danni per gli insediamenti e le popolazioni a valle). Ma dopo l’erosione del terrazzo, le frane, le alluvioni, si avrà la formazione di una vegetazione pioniera, di alberi e – alla fine – di un nuovo bosco, con nuovi equilibri idrogeologici ed ecologici. In sostanza il territorio, l’ambiente dell’uomo, ritorna natura.

D’altra parte sono sempre avvenute ecocatastrofi nella storia della Terra, anche indipendenti dall’uomo (glaciazioni, abbassamento e innalzamento dei mari, eruzioni, desertificazioni, derive dei continenti, sparizione di specie dominanti, ecc.), rispetto alle quali il buco nell’ozono e il global change sono micro‑avvenimenti.

È vero, trasciniamo nella crisi del nostro ambiente molte specie viventi, alcune a rischio di estinzione, ma ne favoriamo anche altre.

Ad esempio a Milano c’è un microclima di quattro gradi più alto che a Lodi a causa dell’inquinamento che forma una calotta di calore, per cui quando in Toscana sono morti tutti gli ulivi secolari nel 1985, a Milano fiorivano i limoni. Una certa vegetazione cresce molto meglio nei centri urbani perché c’è molto inquinamento di cui riesce a nutrirsi: per questo vediamo Milano fiorita di giardini sulle terrazze dei tetti. Ci sono intere specie animali “profughe ambientali” che vengono in città perché la campagna è pericolosa, è piena di veleni e di cacciatori.

Le cause della crisi ecologica, considerate in un’ottica territorialista, vanno dunque ricercate nella rottura da parte della civilizzazione moderna di questo rapporto coevolutivo, perlomeno da quando la relazione tra cultura e natura è stata interrotta a favore di una cultura del dominio che ha considerato inessenziale questa relazione e l’ha espulsa dalla costruzione della “seconda natura artificiale” di cui ci alimentiamo, quindi dalle sue condizioni co-evolutive. Se non affrontiamo queste cause profonde, a qualunque cura ecologica del pianeta si giustapporranno modalità di sviluppo che ne riproducono in forma esponenziale la crisi. Senza contare le teorie dominanti dell’ottimismo tecnologico secondo cui possiamo risolvere all’infinito le crisi provocate dall’uomo sull’ambiente attraverso continui avanzamenti tecnologici verso una seconda natura artificiale (ad esempio, oggi possiamo pensare di alimentare il mondo coltivando il cibo in colture idroponiche senza bisogno della terra).

Abbiamo molte interpretazioni di quando e come è avvenuto questo divorzio della cultura dalla natura. Riprendo una sintesi di Piero Bevilacqua (2008) che richiama molte ipotesi a partire da quella sulla religione gudaico-cristiana che (fin dal Genesi) introduce la cultura del dominio degli uomini sulla natura e sulle altre specie viventi (White 1967); affronta poi il ruolo delle applicazioni della scienza alla tecnica a partire dalle visioni meccanicistiche di Galileo, Newton, Cartesio, Bacone; applicazioni con le quali la cultura del dominio sulla natura diviene progressivamente pervasiva nell’organizzazione dell’insediamento umano fino a incidere, con la globalizzazione, sull’intero pianeta. Altri studiosi affrontano il problema della crescita esponenziale della popolazione nell’ultimo secolo come fattore da cui nasce l’effettivo squilibrio del rapporto tra risorse e riproduzione della specie. Altri autori ancora parlano di sovradeterminazione dell’economia (Polanyi 1974), che induce lo sfruttamento illimitato delle risorse; per giungere alle analisi sul capitalismo e alla teoria del profitto come causa principale del divorzio dell’uomo dalla natura (O’Connor 1989). In sostanza le molte tesi che affrontano il problema da angolature diverse partono comunque da lontano nell’interpretarne l’esito attuale come una precipitazione catastrofica che ha avuto una lunga evoluzione e si presenta come un processo storico che ha radici profonde nella cultura occidentale nella sua evoluzione verso il “pensiero unico” (Latouche 1992).

È questo processo che si compie nella sua drammaticità contemporanea anche perché, come afferma Sachs (2010), fino a un certo periodo storico le risorse erano così abbondanti che, anche se il germe distruttivo era già presente, non veniva percepito, dal momento che non si raggiungeva il “limite” di cui ad esempio parla Friedrich Hirsch (1981) nello studio sui beni relazionali: quando tutti soddisfano il desiderio di avere una casa nel bosco, il bene relazionale  che hanno cercato di ottenere (il bosco) non esiste più.

La rottura del rapporto coevolutivo comporta slittamenti semantici: da natura, femminile, ad ambiente, maschile. Da terra, femminile – terra-madre – a suolo maschile, assunto come supporto tecnico, inanimato, delle attività economiche (Magnaghi 2000).

Gli insediamenti umani del passato erano costruiti, o perlomeno si sforzavano di esserlo, in armonia con le leggi naturali e divine, a immagine del cosmo e delle sue regole. Oggi le urbanizzazioni sono in funzione delle regole statistiche applicate ai flussi di merci, ai prezzi dei terreni e a poche altre variabili di pari rilevanza “cosmica” (Marson 2008, 16).

Questo rapporto dell’uomo con la natura è andato esternalizzandosi fino a dimenticarne il funzionamento. Come sostiene Lévi-Strauss, quest’oblio avviene nel passaggio dall’essere nella natura all’essere nei confronti della natura; passaggio che evidenzia un processo progressivo di esternalizzazione e perdita di saperi della componente umana nei confronti della relazione coevolutiva.

La conclusione di questa premessa è che la crisi ecologica attuale non ha soluzioni tecnocratiche, ma neppure settoriali con la compensazione di “buone pratiche” ambientali, dal momento che riguarda la concezione del rapporto complessivo, filosofico, con la natura. È questa concezione culturale del rapporto dell’uomo con la natura che deve cambiare per produrre effetti duraturi, e non contingenti o di “emergenza”, sull’ambiente dell’uomo. Nessuna civilizzazione al mondo si è mai contratta e auto-limitata, quindi questo cambiamento è molto difficile, anche se è possibile che energie interne “da contraddizione” producano cambiamenti radicali.

 Il modello insediativo è fra le principali cause della crisi globale

La più diretta conseguenza dell’autonomizzazione dell’insediamento umano dalla natura, è la riduzione del luogo a sito, del territorio a spazio tecnico; la conseguente “liberazione” dell’insediamento dai vincoli ambientali con la produzione dell’urbanizzazione contemporanea diviene una delle principali cause della crisi ecologica globale.

Per sostenere quest’affermazione mi appoggio a valutazioni qua e là affioranti nei capitoli della Relazione ufficiale per il Piano paesaggistico della Regione Piemonte (luglio 2008 – Coordinatore Roberto Gambino). Ho ricostruito questo sintetico quadro valutativo dell’urbanizzazione contemporanea ovvero del “progetto implicito di territorio” che si è realizzato negli ultimi cinquant’anni:

  1. crescente fragilità e vulnerabilità delle risorse primarie, in relazione alla frammentazione degli ecosistemi e alla riduzione della connettività delle reti ambientali;
  2. abbandono del presidio e della cura del territorio rurale con la perdita di paesaggi montani e collinari;
  3. insostenibilità del modello insediativo urbano e produttivo (consumo di suolo e di energia, mobilità da mezzi privati);
  4. perdita di identità locali socialmente riconosciute, dovuta a crescenti processi di banalizzazione paesistica attraverso diffusi interventi trasformativi decontestualizzati;
  5. indebolimento delle filiere di produzione/consumo legate al territorio.

Questo esempio mostra con chiarezza come la nostra civilizzazione non produce paesaggio né qualità ambientale, né tanto meno luoghi di cui il paesaggio è espressione (si occupa d’altro). Anzi, contribuisce come può a distruggere quelli consegnatici dalla storia. La conclusione è sconfortante: gli elementi identitari emergenti dalla straordinaria interpretazione strutturale dei paesaggi del Piemonte contenuta nella relazione sono tutti rintracciabili nella lunga durata delle civilizzazioni antiche e moderna, nel loro rapporto coevolutivo, creativo e territorializzante con un sistema ambientale e paesaggistico fortemente caratterizzato. Nessun elemento di costruzione di paesaggio e di ambiente viene citato descrivendo i processi insediativi degli ultimi 50 anni. La civilizzazione contemporanea ha prodotto, come effetto sulla struttura territoriale dei suoi paradigmi economicisti dello sviluppo, prevalentemente elementi detrattori del paesaggio e dell’ambiente, distruzione di luoghi, aggressione agli elementi strutturanti l’identità di lunga durata della regione (Magnaghi 2009).

È a tutti noto il processo provocato dall’industrializzazione nella sua fase matura, che ha determinato l’abbandono di tutte le aree riclassificate dalla nostra civilizzazione come marginali o periferiche e quindi subordinate all’attività centrale del sistema produttivo e della mobilità. Le città italiane si sono definite nella loro identità storica come avamposti di sistemi territoriali profondi collinari e montani. Questa relazione viene recisa, distrutta rendendo evidente l’insostenibilità del modello insediativo urbano e la crescita esponenziale della sua impronta ecologica con il procedere delle recisioni delle radici territoriali che ne alimentavano la riproduzione; impronta alimentata dall’incremento del patrimonio abitativo per polarizzazione centro-periferica regionale, anche in assenza di incremento demografico o in presenza di vistosi decrementi demografici. D’altra parte questo modello produttivo attrattore di polarizzazioni e gerarchie si traduce – richiamando ancora il Piano paesaggistico del Piemonte – in “insediamenti che esercitano impatti estremamente elevati e devastanti sul paesaggio, l’ambiente e il contesto sociale ed economico-culturale”. Il modello è costituito da zone industriali composte da mega-prefabbricati, lottizzazioni standardizzate che producono paesaggi desolanti, decontestualizzati, energivori, privi di qualunque qualità dell’ambiente dell’uomo. Questi paesaggi sono una dimostrazione pura del profitto, dell’utilizzazione economicistica del territorio, senza più alcun interesse per il rapporto con il luogo.

Ottavio Marzocca ha battagliato per anni per salvare un’ex distilleria di Barletta (Marzocca 1992). Perché salvarla? Perché ai primi del Novecento gli industriali avevano ancora un concetto di “magnificenza civile” nel costruire una fabbrica, per cui parliamo oggi di “archeologia industriale”, come memoria attiva dei luoghi e delle relazioni fra produzione e risorse locali. Con il dispiegamento del fordismo e della produzione massificata il capitalismo ha messo a nudo la forma più astratta dello sfruttamento, fino a liberarsi totalmente dei luoghi e dei loro abitanti, organizzando delocalizzazioni con dumping salariali e ecologici nel contesto della globalizzazione economica che residuano sul territorio ecomostri, oggetti privi di qualunque capacità di esprimere un concetto “umano” del valore del lavoro e del valore dell’abitare.

Abbiamo costruito questo territorio, consumando suolo ed energia, per favorire la mobilità estrema dei mezzi privati per le merci e le persone, abbiamo inventato la “città diffusa”: una villettopoli continua, un misto di fabbrichette e supermercati, di svincoli autostradali; distruggendo il nostro patrimonio principale, la città, la polis, lo spazio pubblico, lo spazio di relazione.

Françoise Choay parla esplicitamente di “mort de la ville”, descrivendo il  percorso di progressiva privazione degli elementi fondativi della città nel tempo della globalizzazione, che riassume in una raffica di “de-“: de-differenziazione, de-corporeizzazione, de-memorizzazione, de-complessificazione, de-contestualizzazione, e così via (Choay 2008); privazioni che hanno portato all’amnesia dei saperi e delle competenze per il processo di edificazione della città e del territorio: un processo che è stato continuo nella storia, di fondazione e rifondazione nel dialogo fra successive civilizzazioni e l’anima dei luoghi. Viviamo così – dopo l’esperienza della città storica che ha caratterizzato millenni di civilizzazioni, e della città moderna da cui proviene la nostra – in un territorio posturbano (l’urbanizzazione contemporanea) che viene da molti autori connotato, per inerzia linguistica, con una parossistica collezione di ossimori: “città diffusa”, “ville éparpillée”, “agglomerazione”, “conurbazione”, “rururbanizzazione”, “ville éclatée”, “sprawl urbano”, “città di mezzo”, “città infinita”, “città illegale” e così via; tutti “attributi” in aperta contraddizione con i  caratteri costituitivi della polis e della civitas.

Questo territorio posturbano, che si oppone ai caratteri di urbanità peculiari alla città, è costituito da reti e infrastrutture di connessione, materiali e immateriali, che hanno spinto il concetto di protesi alla purezza estrema della sostituzione integrale della natura e della storia, facendo implodere lo spazio di prossimità, dei mondi di vita (de contact) nella piazza telematica e nella vitesse dei movimenti globali di merci e persone disintegrando la città in forme di urbanizzazione diffusa e pervasiva, mandando in pezzi “l’urbanité“, il presupposto antropologico della nostra civilizzazione: il riconoscersi come società nell’edificare il proprio ambiente di vita (Magnaghi 2008, 8).

Quando nel Piano del Piemonte si parla di interventi “decontestualizzati” si intende affermare che costruiamo senza più alcun rapporto con il contesto ambientale e culturale, cioè costruiamo edifici con materiali di costruzione energivori, unificati ed omologati ovunque. L’omologazione dei processi produttivi del nostro ambiente di vita non tiene conto minimamente delle culture e degli stili di vita locali.

Un “geomante” veniva chiamato per costruire una casa e viveva un anno sulla collina che gli veniva indicata per cogliere gli odori, le muffe, i venti, le stagioni; studiava la vegetazione, gli animali, le stelle, viveva in una tenda su questo territorio. Alla fine diceva al committente: “si costruisce qui”. Con quali saperi “cosmici” oggi costruiamo le nostre periferie, come quella di Bari, che costituisce il paesaggio della tangenziale?

Abbiamo perso ogni relazione con il luogo. In quest’atto sacrilego risiede gran parte delle cause della crisi ecologica. Il luogo è dotato di anima, è dotato di tempo, è dotato di storia, non è lo spazio geografico che si può misurare con il metro, con gli strumenti. Il luogo è sapiente, incorpora i geni della relazione di lunga durata fra uomo e natura. Esso si misura con la conoscenza profonda, storica, culturale e filosofica. Il luogo è un concetto complesso.

Infine – citando ancora il Piano paesaggistico del Piemonte – occorre sottolineare anche “l’indebolimento delle filiere di produzione e di consumo legate al territorio”, che ha prodotto un turbinio insensato di cibi e merci standard in giro per il mondo.

Guardate la pubblicità di Giovanni Rana, mentre nel suo laboratorio dall’atmosfera casalinga fa i tortellini con la moglie. Poi andate nella periferia di Verona e vedrete enormi Tir che entrano nello stabilimento. Informatevi sul ciclo produttivo di quei tortellini, e scoprirete che arrivano dall’Argentina con aerei che trasportano la pasta, la carne, le verdure… alla catena di montaggio di Verona. Pensate a miliardi di movimenti sul pianeta di questo tipo, dovuti ai differenziali salariali e ambientali, e agli effetti di questo scacchiere di circolazione delle merci sulla crisi ecologica globale.

Un altro piccolo esempio. C’è una fabbrica a Calenzano (Firenze) che produce stampi per bacinelle di plastica. Questi stampi escono dalla lavorazione con degli sfridi. C’è un camion che parte da Calenzano, fa tutta l’autostrada ligure, entra in Alta Langa in Piemonte, arriva nella zona artigianale di un paesino dove in un capannone prefabbricato ci sono quattro ragazzi che limano a mano questi sfridi e poi gli stampi ripartono per Calenzano. C’è una ragione per tutto questo: lì ci sono delle agevolazioni per impiantare la fabbrichetta e il lavoro costa meno. Di movimenti di questo tipo ce ne sono a milioni, a livello interregionale, internazionale, planetario. Allora la radice è questa: il capitalismo ha perso la sua mission iniziale, la sua regola etica calvinista, ed è diventato criminale, è diventato un’attività che produce morte e disastro ambientale.

Quali strategie di governo?

Se queste sono le motivazioni profonde della crisi ecologica osservata dal punto di vista “territorialista”, quali sono le possibili strategie di governo per affrontarla?

 I limiti e gli effetti perversi dell’approccio tecnocratico

Oggi ci troviamo di fronte a un approccio maggioritario di tipo tecnocratico all’emergenza energetico-climatica – come osserva Marzocca (2010) –, approccio che si sviluppa con la governance di attività centralizzate e gerarchiche fondate sull’innovazione tecnologica, su impianti sempre più complessi e più costosi, con indicatori standard e soglie ecologiche di rischio a fondamento delle misure compensative. In questo approccio non si cambia il modello di sviluppo, non si cambiano le regole del gioco economico, ma si fissano esclusivamente dei limiti.

In Europa, a livello di enti territoriali locali, l’approccio tecnocratico consolidato si traduce in una costruzione dei problemi (e delle politiche per trattarli) definiti e imposti dal centro (relativo: dall’UE, in cui esistono comunque procedure almeno teoricamente compensative, allo Stato, alle Regioni e Province) al locale. Quest’approccio non solo mortifica e comunque trascura la messa in valore della progettualità, spesso originale e innovativa, di cui le diverse amministrazioni locali sono – almeno potenzialmente – promotrici, ma tende a venire riprodotto sia dai politici che dai burocrati nel rapporto tra governo locale e cittadini governati, mortificando e distruggendo i saperi ambientali locali (Magnaghi, Marson 2005).

Un esempio: gli accorpamenti delle società locali di gestione dei servizi di pubblica utilità in grandi società per azioni sempre più de-territorializzate: non solo esse tendono a rappresentare, di fatto, un potere maggiore di quello espresso dalle singole amministrazioni, ma i relativi luoghi di decisione sono spesso sia fisicamente sia simbolicamente lontani dal contesto locale nel quale tali decisioni ricadranno.

Un sistema di decisione che affida la gestione delle politiche ambientali a grandi apparati, o a burocrazie specializzate, tende a produrre soluzioni di merito tecnocratico-impiantistiche (inceneritori, opere idrauliche artificiali, mercificazione e privatizzazione dei servizi d’interesse pubblico…). Nel contesto organizzativo di tipo gerarchico e funzionale che questo sistema di decisione necessariamente implica, le soluzioni rimangono inoltre settoriali, e quindi non sono in grado di affrontare le cause complesse del degrado ambientale, che anzi contribuiscono spesso ad accentuare (vedi riduzione del rischio idraulico con grandi opere che non intervengono sulle cause e aumentano la vulnerabilità rispetto agli eventi eccezionali).

Diviene sempre più evidente che la delega, strumento essenziale per il funzionamento economico e politico delle comunità, se praticata senza soluzione di continuità come procedura generalizzata, deresponsabilizza e rende ‘ignoranti’ gli attori sociali, a cominciare dai cittadini, rispetto ai diversi cicli di riproduzione dell’ambiente, dal momento che le decisioni sull’ambiente risultano sempre più lontane dai mondi di vita.

Assumo come esempio dei limiti dell’approccio tecnocratico il risanamento ambientale della regione urbana di Milano, definita nel 1988 “area ad alto rischio di crisi ambientale” dal Ministero dell’Ambiente. Il Ministero propose un piano impiantistico di cinquemila miliardi (di lire) per risanare l’area: megainceneritori, megadepuratori, scolmatori, cementificazione dei fiumi, e così via. La commissione valutativa regionale, di cui facevo parte, dichiarò all’unanimità che questo piano non serviva a nulla. La Regione promosse allora uno studio alternativo per affrontare le cause di questo disastro. Affrontai le cause che erano riassumibili in un modello insediativo (agricolo, industriale, residenziale, terziario, infrastrutturale) che, in nome dello sviluppo economico accelerato, aveva distrutto tutti gli equilibri secolari fra insediamento e ambiente: in particolare ciò che aveva costituito la vera ricchezza della regione e il “valore aggiunto territoriale”, cioè il ricco sistema delle acque. Milano era città d’acque, il Duomo è costruito su una fonte sacra che rappresenta il punto in cui l’immenso lago sotterraneo della pianura asciutta a nord affiora e diventa, a sud, pianura irrigua. I milanesi storicamente non solo si sono accontentati di utilizzare l’acqua che affiorava, ma, dalle bonifiche cistercensi e leonardesche e fino all’Ottocento, hanno continuato a mettere in valore il sistema ambientale con successive bonifiche e interventi infrastrutturali: canalizzando i fontanili per il sistema agrario delle marcite, connettendo l’Adda e il Ticino con il sistema dei navigli a sud e il canale Villoresi a nord e così via. Un processo di messa in valore del patrimonio ambientale che ne ha aumentato in forma esponenziale, nel susseguirsi di diverse civilizzazioni, la ricchezza e la produttività. La nostra civilizzazione contemporanea, nell’organizzare il “boom economico” producendo l’immensa piastra di cemento che va da Milano ai laghi (definita più tardi “città infinita”) ha distrutto le risorse territoriali  di  millenni su cui si era costruita la ricchezza della regione. Il progetto iniziato allora (Magnaghi 1995), riproponendo un riequilibrio di tutti i fattori insediativi, si è definito necessariamente come scenario di lunga durata, a partire da una molteplicità di progetti integrati (Contratti di fiume, Magnaghi 2008) di riqualificazione dei sistemi delle acque naturali e artificiali nel loro rapporto attivo con gli attori socioeconomici del territorio.

Anche per quanto riguarda gli standard normativi generali, sono evidenti i loro effetti distruttivi sulle culture ed economie locali, effetti a loro volta incidenti sull’abbandono della cura ambientale. Ne sono un esempio l’applicazione di standard igienici generali alle attività artigianali presenti nei centri storici di Firenze o di Venezia, o alle modalità di produzione del lardo di Colonnata o dei formaggi d’alpeggio a latte crudo. Nel caso delle attività artigianali la pretesa messa a norma di ambienti e tecnologie che costituiscono patrimonio storico-artistico dell’identità urbana ha portato in molti casi al loro allontanamento dai centri storici o alla loro scomparsa, con grave distruzione dell’identità culturale e socio-economica dei quartieri.

Un artigiano che vive a Santa Croce e che ha la bottega al piano terra di un edificio del 1300, anche se gli viene imposto un depuratore, non potrà farlo materialmente perché ha sopra un lotto gotico di sei piani. L’artigiano quindi andrà nel Chianti fiorentino dove sarà messo in un capannone di cemento prefabbricato a degradare il paesaggio rurale storico e nel frattempo arriverà un fast food o una pizzeria al suo posto nel centro storico di Firenze. Oggi Firenze è una città di pizzerie come Venezia, è una città senza ‘bacari’. Non c’è più un rapporto di ospitalità e di relazione con il luogo. Così in Sardegna molti pastori non producono più il formaggio e lo portano al caseificio industriale perché costa troppo “igienizzare” il laboratorio nella stalla o nel magazzino vicino casa.

 Ancora un esempio urbanistico: il cosiddetto rapporto illuminotecnico, che impone standard dimensionali minime delle finestre sta producendo la distruzione della qualità architettonica di tutte le case coloniche che sono opere d’arte che compongono il disegno delle colline toscane. Chi ristruttura è spesso costretto a distruggere le perfette proporzioni delle facciate a causa di una norma ambientale che non è in grado di interpretare le peculiarità identitarie dei luoghi e dei loro manufatti.

Le mobilitazioni di soggetti diversi hanno fortunatamente impedito di piastrellare le vasche in marmo nelle quali si stagiona il lardo o di proibire alcune lavorazioni tipiche del latte sul luogo d’alpeggio.

Nel complesso, non resta tuttavia che concludere come i veri vincitori di questa partita siano comunque le forme industriali e delocalizzate di produzione e commercializzazione, e la tendenza generale alla mortificazione delle attività autenticamente artigianali, che costituiscono una parte rilevante del patrimonio delle comunità locali e dei saperi di cura ambientale che derivano da un rapporto attivo con i patrimoni e con le peculiarità del luogo.

Quest’assenza di relazione fra le politiche ambientali e i luoghi, i loro caratteri e qualità identitarie peculiari, sta producendo effetti perversi e distruttivi sui luoghi stessi, moltiplicando le concause del degrado ambientale. L’Unione Europea fissa queste regole “a fin di bene”, ma l’effetto è catastrofico perché manca questa considerazione delle peculiarità dei mondi locali, degli stili di vita, dei paesaggi, che si riflette pure sugli effetti perversi della produzione energetica anche da energie rinnovabili. Noi oggi affrontiamo la produzione energetica rinnovabile, di biomassa, di solare termico e fotovoltaico, di eolico, ma se non teniamo conto dei paesaggi e dei luoghi produciamo nuovi mostri, nuovi disastri ambientali. Al posto dei pomodori in Puglia avremo distese immense di campi di fotovoltaico. Ogni luogo dovrebbe sviluppare un suo mix energetico legato con misura alle proprietà del luogo e dovrebbe essere trattato in modo da valorizzare l’ambiente e il paesaggio. Invece, attivando politiche esclusivamente settoriali, cioè per produrre energia, stiamo ripetendo analoghi effetti dei camion che vanno da Calenzano alle Langhe, o delle canalizzazioni dei fiumi per il rischio idraulico.

[…]

Occorre dunque spostare la nostra considerazione su politiche ambientali integrate alla valorizzazione dei contesti locali: quello che Wolfgang Sachs chiama decentramento e che io chiamerei territorializzazione delle politiche: ovvero ricostruire il legame perduto fra  politica e luoghi, che si materializzi in progetti complessi che riguardino tutte le politiche in modo integrato, superando la settorialità degli interventi ambientali, capaci al contempo di ridurre la mobilità, il consumo di energia e di creare sistemi economici locali, finalizzati alla valorizzazione dei beni patrimoniali locali.

[…]

 Le nuove frontiere ambientali del progetto locale

 Ricostruire i saperi ambientali

Ho definito come causa della crisi ecologica un lungo processo di spoliazione di saperi, analogo a quello che ha caratterizzato in fabbrica il processo dell’organizzazione scientifica del lavoro con il taylorismo, che ha investito nel territorio i saperi ambientali, le culture locali, i saperi agricoli tradizionali, i saperi di manutenzione del territorio e della città, di assistenza e mutuo soccorso e così via. Tutti saperi ritenuti superati nel trasferimento delle conoscenze e delle sapienze contestuali al macchinario (meccanico o telematico) e ai grandi apparati tecno-funzionali. La mercificazione sistematica di tutti i bisogni riproduttivi, la trasformazione degli abitanti in “consumatori” ha comportato una delega crescente di saperi ambientali e riproduttivi a protesi tecnologiche. La perdita dei saperi ambientali progredisce con l’abbandono della cura dei luoghi da parte degli abitanti, nella loro trasformazione da comunità consapevoli delle regole riproduttive del loro ambiente di vita, in individui massificati, sorretti da protesi tecnologiche. In sostanza vengono sempre più a mancare capacità di autodeterminazione mentre crescono forme di eterodirezione. Ciò avviene attraverso un duplice processo: in primo luogo la mercificazione-privatizzazione di molti beni e servizi pubblici (come l’acqua, l’elettricità, i trasporti, ecc.), che trasforma il cittadino da utente di un servizio a cliente di una merce sul mercato. Questo di solito comporta, nonostante la propaganda, un servizio peggiore e un maggior costo del bene-merce, che diventa drammatico per popolazioni povere. In secondo luogo il processo di mercificazione comporta la trasformazione in multinazionali delle imprese di produzione e gestione delle merci-servizio allontanando sempre più i centri di decisione dalla portata del cittadino (dal municipio verso le grandi multiutilities), dalle fonti locali di energia alle grandi infrastrutture di trasporto a distanza.

Il territorio locale non è più conosciuto, interpretato, agito dagli abitanti come produttore degli elementi di riproduzione della vita biologica (acqua, sorgenti, fiumi, aria; terra, cibo, fuoco, energia) né sociale (relazioni di vicinato, conviviali, comunitarie, simboliche). La dissoluzione dei luoghi, il loro diventare polvere amorfa, nel quadro di un generale processo di deterritorializzazione della vita, produce in ultima analisi una perdita totale di sovranità degli individui e delle comunità locali sulle forme materiali, sociali, culturali e simboliche della loro esistenza. L’agorà e la politica si allontanano vertiginosamente dalla vita quotidiana, agiscono in un iperspazio globalizzato sempre più inaccessibile, fortificato, un altrove in cui non sono più riconoscibili le forme del comando sul lavoro, le decisioni sui consumi, sulle informazioni, sulle forme riproduttive della vita.

Se ipotizziamo che ogni luogo debba tornare a forme di auto-governo delle proprie risorse e della vita dei propri abitanti, il problema di fondo è un problema di democrazia, intesa non solo come ricerca di nuove forme di partecipazione alle decisioni (democrazia partecipativa), ma anche come capacità di riacquistare saperi contestuali distrutti dai grandi apparati e dalla delega, non solo finanziaria ma anche tecnologica, alle grandi macchine. Ipotizzo dunque un modello di democrazia comunitaria che, attraverso la costruzione di cittadinanza attiva, si riappropria dei saperi di governo del proprio ambiente, che sono la precondizione per affrontare i problemi di ‘cura’ dell’ambiente in forme autosostenibili e durevoli. Oggi, per assurdo, nessuno sa più da dove arriva l’acqua, il cibo o l’energia, o chi deve spalare la neve dai marciapiedi della città. Questo è il dramma di una società espropriata, e non penso agli ultimi della terra, ma alla maggioranza della popolazione, da quando si è rotto il rapporto tra città e mondo rurale.

Nell’affresco del buon governo di Ambrogio Lorenzetti ciò che è al centro dell’affresco è la porta della città, non la città. La porta come momento osmotico tra la città e la campagna. Non a caso nell’affresco del cattivo governo si vedono le fiamme in una campagna isolata che brucia e che determina la crisi della città.

È ciò che sosteneva Cattaneo quando scriveva che la città genera continuamente il suo territorio e ne è continuamente rigenerata (Cattaneo 1972). Noi questo rapporto simbiotico lo abbiamo interrotto e abbiamo creato un rapporto esclusivo tra città e mondo, seccando le radici al contempo della città e della campagna.

Per esempio, il bosco storicamente era qualcosa di coltivato, di molto curato, per cui il riassetto idraulico non aveva bisogno di briglie e casse di cemento a valle, ma promanava dalla cura quotidiana degli agricoltori che mantenevano le canalizzazioni e la permeabilità affinché l’acqua rifluisse lentamente e ordinatamente a valle.

Non a caso oggi diamo molto valore nella riqualificazione ambientale al ruolo dell’agricoltura e soprattutto dell’agricoltura nelle forme tradizionali multifunzionali, cioè nella sua capacità di produrre non solo beni e merci per il mercato ma anche salvaguardia idrogeologica e paesaggistica, reti corte tra produzione e consumo, qualità alimentare, complessità ecologica. Assumiamo il ruolo del territorio agricolo della città post-industriale come fondamentale e non più marginale com’era quello del territorio agricolo della città industriale.

Le nostre politiche territoriali sono molto incentrate sulla ricostruzione di un ruolo attivo di quello che nella nostra civiltà industriale è stato chiamato, in forma dispregiativa, “territorio extraurbano”, e nei nostri piani urbanistici si chiama ancora così. Tutto ciò che si trova fuori dalla città è extraurbano cioè un nulla, un vuoto. Le nuove frontiere della pianificazione territoriale sono indirizzate a restituire un valore di pieno a questo vuoto, soprattutto attraverso forme non industriali di agricoltura, in grado di ricostruire saperi sul territorio.

Un governo strategico dell’ambiente è innanzitutto questa ricostruzione di saperi capillari di manutenzione del territorio, di conoscenze alimentari, di saperi idraulici, di culture paesaggistiche, di culture del piccolo commercio e dell’artigianato, della ricostruzione di reti solidali, di auto-governo delle popolazioni.

Questa riappropriazione lillipuziana dell’autogoverno dei fattori riproduttivi della vita è, nella mia visione, la salvezza possibile del mondo dall’ecocatastrofe annunciata.

 Coscienza di luogo” e autogoverno

Per la crescita della capacità di autogoverno di un luogo e dei suoi fattori produttivi e riproduttivi, è necessario lo sviluppo della coscienza di luogo: sia nei produttori di territorio (occorre attivare processi di governance che producano ‘patti’ su manifesti culturali finalizzati a ridefinire gli interessi di ciascuno rispetto a progetti di valorizzazione del territorio come bene comune) sia negli abitanti (bisogna sviluppare percorsi di democrazia partecipativa per l’autogoverno dei processi di riproduzione della vita). Tenendo conto che nella società postindustriale le due categorie di abitante e di produttore tendono a riavvicinarsi e questo ravvicinamento costituisce un’opportunità per la crescita di coscienza di luogo.

Dunque la possibilità di agire nuovamente l’ars aedificandi dei luoghi si pone innanzitutto come percorso di riappropriazione individuale e collettiva di saperi, di memoria, di culture locali.

L’identità del territorio non indica, infatti,

solo il senso di appartenenza ai luoghi o alla loro storia, ma anzitutto l’insieme dei principi, delle razionalità auto-organizzative di una società locale, quelle che le permettono di autorappresentarsi, di autoprogettare il proprio futuro su un territorio (Dematteis 2007, 35).

Si tratta in primo luogo di un movimento culturale. Per poter aver cura dei luoghi è necessario saperli vedere, saperli riconoscere, saperne interpretare i valori, le regole riproduttive, l’identità profonda.

È nel generale contesto di spoliazione dei saperi contestuali che si verificano sintomi della rinascita della coscienza di luogo come opposizione crescente agli effetti distruttivi sulla qualità della vita nel territorio della globalizzazione economica e delle sue crisi. In questa crescita della coscienza di luogo (di quartiere, di città, di valle, di bioregione, di bacino idrografico) e delle pratiche di cura dell’ambiente, il conflitto, nel contesto dell’Occidente postfordista, riguarda solo parzialmente la relazione fra capitale e lavoro, incentrandosi maggiormente sulla contraddizione tra le forme crescenti di eterodirezione della vita e le istanze locali di autonomia e autogoverno del proprio futuro. La contraddizione fra capitale e lavoro (che si riproduce in forme esponenziali nelle economie industriali orientali emergenti) si è andata, infatti, desituando nella contraddizione fra omologazione, distruzione delle culture locali, impoverimento del sud del mondo, polarizzazione, frammentazione e precarizzazione sociale da una parte; e riaffermazione delle identità, delle differenze, delle unicità culturali, della ricomposizione sociale, della sovranità dall’altra.

L’autoriconoscimento identitario non è più solo in fabbrica, fra uguali, ma nel territorio, fra un multiverso di soggetti diversi che vivono le medesime condizioni di espropriazione e che esprimono tensioni di rinascita di tracce di comunità, di bisogni identitari, di azioni di cura dei luoghi e dell’ambiente, in un percorso di crescita del senso di appartenenza alla società locale.

La cura e la ricostruzione dei luoghi per la messa in valore dei beni patrimoniali in forme durevoli e sostenibili richiedono dunque cittadinanza attiva, consapevole, in grado di coniugare saperi contestuali con saperi esperti attraverso forme di democrazia partecipativa. Uno sviluppo locale autosostenibile, fondato sul riconoscimento e la valorizzazione dell’identità dei luoghi, deve innanzitutto essere sviluppo della società locale: la ripresa di parola degli abitanti sulle capacità di plasmare il proprio ambiente di vita e di relazione.

La coscienza di luogo che si esplica nell’attivazione della cura, liberando energie relazionali nella costruzione di saperi, produce conoscenza densa e profonda dei valori patrimoniali dal punto di vista ambientale, estetico, culturale, economico; affina le capacità di distinguere le trasformazioni coerenti con la tutela e la valorizzazione delle risorse patrimoniali locali da quelle distruttive; sviluppa conoscenze e tecniche per la loro trasformazione attraverso la riappropriazione di saperi ambientali, territoriali, produttivi, artistici, comunicativi, relazionali.

 I governi locali per il benessere

In questo percorso verso l’autogoverno diviene essenziale finalizzare le politiche dei governi locali alla valorizzazione dei beni comuni e del benessere: trattando i sistemi economici locali come mezzo per realizzare il fine del benessere: dalla joie de vivre di Georgescu-Roegen al buen vivir dei popoli indigeni sudamericani.

Le trasformazioni e i cambiamenti in questa direzione non possono più essere delegati al sistema economico-finanziario globale, ma devono dar luogo a un processo di autonomizzazione e autogoverno della comunità locale in rete e di riproposizione ai municipi di forme di governo autonome dalle dipendenze del sistema partitico‑economico. È necessario sottrarre quote crescenti della vita quotidiana, produttiva, riproduttiva e di consumo, all’eterodirezione globale, e rimetterla sulle gambe degli abitanti-produttori locali.

Il primo passo, come ho argomentato, è la ricostruzione da parte degli abitanti di saperi contestuali per la riproduzione dei mondi di vita: saperi agricoli, saperi ambientali, saperi artigiani, saperi relazionali, saperi artistici; culture locali, identitarie, paesaggistiche (ecomusei, mappe di comunità).

Il secondo è la costruzione di reti e relazioni multi-scalari per collocare la capacità di autogoverno e sovranità riproduttiva alle scale territoriali e di cooperazione più appropriate. Questa costruzione di reti solidali e non gerarchiche, di tipo federalista è essenziale per sottrarre poteri alle trasnazionali, marginalizzarle, allontanarle, condizionarne le strategie, erodendo i loro poteri nella riorganizzazione autonoma della vita quotidiana, sottraendo al mondo delle merci quote crescenti della riproduzione individuale e sociale.

 Il nuovo patto città-campagna

Sia nelle aree montane e collinari, sia nei contesti agricoli periurbani, siamo ancora in presenza di una “territorialità debole”, legata in particolare ad una “visione” sfocata da parte della rete degli attori locali – poiché dotata di scarsa progettualità e consistenza economica – rispetto alle potenzialità patrimoniali del proprio territorio. In questo quadro esistono e si danno tuttavia delle “risorse da innovazione” e “contraddizione”: queste energie si possono intravedere non solo nelle forme di resistenza contadina (Carrosio 2005), ma anche nei processi di “ricontadinizzazione” generati dalla crisi dei modelli di vita metropolitani (immigrazione di ritorno, neoimprenditorialità agricola consapevole) nel senso del recupero di forme di agricoltura tradizionale dal punto di vista sia produttivo che della multifunzionalità dell’agricoltura di cui ho parlato in precedenza, con la conversione di imprese tradizionali in forme ecologiche. Queste nuove forme di ruralità, che alludono a una generazione di “nuovi agricoltori” a valenza etica, sono leggibili nelle modalità di produzione e cooperazione tecnico-sociale, nel nuovo ruolo della piccola impresa famigliare nella riorganizzazione del commercio internazionale (Sachs, Santarius 2007), nelle esperienze di neoradicamento rurale (Berry 1996),  nella crescita di reti corte fra produzione e consumo (Biolghini 2007), nello sviluppo di orti periurbani e di mercati locali, nei processi di riduzione di input esterni (sementi, cultivar, macchinari, riduzione di agenti chimici, flussi tecnico-finanziari, conoscenze) sia in Europa (van der Ploeg 2008; Carrosio 2005) sia e soprattutto nelle esperienze di democrazia comunitaria dei popoli indigeni dell’America Latina (Le Bot 2008).

In sintesi, nella mia visione della bioregione urbana (Magnaghi, Fanfani 2009) i nuovi agricoltori assumono un’importanza che richiama quella che i Fisiocratici attribuivano alla terra. Ad essi è affidata in primo luogo la produzione di filiere alimentari locali di qualità, che contribuiscono a ridefinire l’identità del luogo, a partire dalla rivitalizzazione delle cultivar e dei saperi produttivi locali.

A proposito dello sciopero dei camionisti del 2007, Carlo Petrini ha scritto:

….Ma tra le tante interviste televisive alcune hanno fatto centro, sia pure senza saperlo. In un mercato rionale di Roma i giornalisti hanno cercato di indagare sulla situazione delle vendite al dettaglio di generi alimentari. I venditori quasi si scusavano: “Oggi c’è poco, è arrivata solo la roba locale per via dello sciopero dei Tir…”. La telecamera si è allargata su una specie di Bengodi di verdure di stagione, locali, un commestibile giardino d’inverno ricco di tutti i colori, i profumi e i sapori che l’agro romano può offrire. Mancavano le banane, i manghi, le fragole? Evviva. Mancavano i gamberetti del Pacifico e la polpa di granchio? Perfetto.

Certo Roma ha intorno a sé un’areale agricolo che altre città non possono nemmeno sognare. Però usiamo questa vicenda come il paradigma della storia che stava nascosta dietro i Tir, perché non ci sono solo le grandi città, in Italia; ci sono centinaia di città piccole e medie che hanno i campi e gli orti appena fuori dal centro storico.

Le economie locali non le fermi tanto facilmente, perché non hanno molti bisogni. Chi ha molti bisogni ha molti padroni. Le economie locali sono libere perché sono piccole e agili. Perché sono adattabili e flessibili. E sono così perché hanno un alto tasso di biodiversità e perché la soddisfazione delle loro esigenze è al centro di un sistema paritario, di dare e avere, che invece non può essere il paradigma della grande distribuzione. Le economie locali non hanno padroni, hanno una rete di interazioni. E parte di questa rete è costituita proprio dai consumatori, i quali si possono rilassare: escano a piedi, facciano una passeggiata nel centro storico delle loro città, arrivino fino al più vicino mercato, facciano due chiacchiere con i venditori, che magari sono anche agricoltori, acquistino frutta e verdura locali di stagione e quanto il loro territorio offre. Poi tornino a casa o in ufficio (anche uno spuntino può essere arrivato in Tir o essere stato prodotto localmente) e si godano un pasto a chilometri zero, a carburante zero, a emissioni zero, a nervosismo zero (Petrini 2007).

Si precisano nella crescita delle economie locali i nuovi compiti dei municipi nel promuovere i nuovi ruoli dell’agricoltura e il ripopolamento rurale come esempio di crescita dell’autosostenibilità locale nella crisi:

– riscoprire in ogni comune e favorire l’agricoltura famigliare, cooperativa, di piccola scala, per privilegiare i mercati locali rispetto a quelli di esportazione (valga l’esempio delle esperienze messicane di aiuti alla crescita di imprese biologiche, alla commercializzazione di prodotti locali, di crescita di reti di piccoli produttori per la commercializzazione di produzioni agroalimentari tipiche, ecc.);

– è quest’agricoltura che è in grado di realizzare la multifunzionalità: oltre a produrre cibo di qualità, produce qualità ambientale e paesaggistica, biodiversità, salvaguardia idrogeologica, qualità urbana, fruizione degli spazi aperti, mercati locali, ecc.: finanziare, dunque, con i piani regionali di sviluppo, la multifunzionalità;

– realizzare un concetto non economicista della funzionalità, che incorpora i valori relazionali, i modelli sociali e gli stili di vita (economia della conoscenza, agricoltura sociale, funzioni terapeutico-riabilitative, funzioni ambientali, ecc.);

– valorizzare il patto città-campagna non solo legandolo al cibo e all’ambiente, ma anche al miglioramento qualitativo della vita urbana per gli effetti socioculturali della fruizione dei parchi agricoli, dei mercati locali, delle mense pubbliche nella città;

– valorizzare il patto città-campagna nello sviluppo di filiere corte, di progetti energetici locali, nella riscoperta delle risorse patrimoniali, nella formazione di distretti produttivi multisettoriali integrati;

– sviluppare la cooperazione agroalimentare decentrata: promuovere reti transnazionali di “federalismo alimentare” (Petrini 2005).

Come scrivono Sachs e Santarius (2007):

…non è scritto nelle tavole della legge che il commercio fra paesi confinanti debba necessariamente essere animato dalla ricerca del profitto… E se i paesi del Sud del mondo abbandonassero la competizione nel commercio estero, tessendo accordi regionali il cui obiettivo è favorire gli scambi di solidarietà?

In conclusione: “archeologia dello sviluppo” (Sachs), “sopravvivere allo sviluppo” (Shiva), “sganciamento dal mercato mondiale” (Amin), “decrescita” (Latouche), “municipi autonomi” (movimento zapatista), esperienze di democrazia partecipativa e di autorganizzazione sociale, rappresentano ormai suggestioni di un lungo percorso teorico-pratico del ritorno al territorio, come marcia di allontanamento dalla dipendenza dal capitale globale attraverso la riappropriazione molecolare e locale dei fini e dei mezzi della produzione di beni e della riproduzione della vita.

In questo percorso il rapporto fra movimenti e municipi – attraverso forme di democrazia comunitaria (“le comunità sembrano un’alternativa perché in esse si ristabilisce l’unione fra la politica e il luogo” – Esteva 2008) e di federalismo municipale solidale (Ferraresi 2007) – è il tema centrale della ricerca di nuove forme della politica verso l’autogoverno delle comunità locali.

Considero il percorso che ho descritto, nelle sue complesse declinazioni dal locale al globale, una condizione imprescindibile per affrontare strategicamente in forme efficaci, al di là delle pur necessarie soluzioni di emergenza, la crisi ecologica planetaria.

Riferimenti

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