Alberto Magnaghi in memoriam

Il 21 settembre 2023 è morto Alberto Magnaghi.

Qui vogliamo rendergli omaggio ricordando alcuni aspetti salienti delle fasi che scandiscono il suo lungo percorso di ricerca.

La sua formazione di urbanista è profondamente segnata dall’intreccio con la teoria e la pratica operaista. I suoi riferimenti originari sono da una parte autori come Mumford e Geddes, Kropotkin e Bookchin, che hanno affrontato i temi della cura della dimensione urbana, del territorio, dell’abitare collettivo e della comunità; dall’altra Marx e i teorici militanti dell’operaismo: Tronti, Rieser, Gobbi e sopratutto Alquati, da lui riconosciuto – in una bella intervista del 2005 – come «maestro di studi e d’iniziativa politica». La possibilità del neo-marxismo, per il Magnaghi degli esordi, è legata all’incontro con la tradizione anarco-comunitaria e il nascente ecologismo politico.

Il tentativo di tenere insieme queste differenti costellazioni, coniugando piani eterogenei di pensiero, può risultare contradditorio. Ma, se si vuole affrontare il problema della trasformazione dello “stato di cose presenti”, per lui non è possibile rinunciare ad assemblaggi apparentemente paradossali come questi.

Anche così si spiega il fatto che la sua militanza politica fra anni ’60 e primi anni ’70 – prima nel PCI (negli anni ’60 frequenta la Camera del Lavoro di Torino diretta da Sergio Garavini) e poi in Potere Operaio – riguarda le lotte in fabbrica dell’operaio-massa e, al tempo stesso, quelle per la casa e i servizi nella metropoli industriale.

Il grande merito di Magnaghi, per quanto attiene ai movimenti di quegli anni, consiste nell’aver posto in evidenza il tema del rapporto fabbrica-territorio, o di ciò che definisce città fabbrica. Si tratta della scoperta che la fabbrica fordista eccede il proprio confine poiché, per funzionare e per subordinare chi vi lavora, deve “ramificarsi” in tutti gli ambiti sociali: la casa, la scuola, il tempo libero… Nei territori intorno alla fabbrica, nella città fabbrica appunto, Magnaghi individua il campo allargato dello sfruttamento capitalistico. È qui che si apre un nuovo fronte delle lotte proletarie che impatta i costi della riproduzione sociale. Il suo contributo al movimento operaista è perciò la promozione e lo sviluppo dell’intervento politico nei quartieri e sul territorio.

Nel 1971 Magnaghi si trasferisce da Torino a Milano (dove insegna al Politecnico), nella città in cui la trasformazione del modo di produzione – il passaggio dal fordismo al post-fordismo, come si dirà in seguito – sarà sempre più evidente e aggressiva. Nelle grandi fabbriche italiane i rapporti tra lavoratori e padronato non hanno mai smesso di essere tesi e la classe dirigente si pone ormai l’obiettivo di distruggere la capacità politica dell’operaio-massa, di annientare il potere operaio sull’organizzazione del lavoro, imposto dalle lotte di fabbrica. Nell’impossibilità di raggiungere questo risultato in tempi brevi, la strategia capitalistica è di aggirare l’ostacolo procedendo al graduale svuotamento di funzioni della grande concentrazione industriale per investire il territorio, trasformandolo in sede di quello che sarà chiamato capitalismo molecolare.

Nel 1976, fondando la rivista Quaderni del territorio, Magnaghi crea uno strumento particolarmente adatto a indagare l’articolazione complessa di questa ristrutturazione e ad approfondire i livelli di sfruttamento e controllo cui la logica della valorizzazione capitalistica perviene scomponendo la fabbrica fordista in una miriade di piccole aziende, rendendo direttamente produttivo il territorio, infiltrando ogni settore della vita e della società.

Sul passaggio dalla città fabbrica alla fabbrica diffusa la rivista riesce a svolgere ricerche notevolissime; ma l’esperienza si conclude quando Magnaghi, per il suo precedente impegno in Potere Operaio, il 21 dicembre 1979 viene arrestato nell’ambito dell’inchiesta 7 aprile, e subisce una detenzione di circa tre anni, cui segue una piena assoluzione in appello, ma solo otto anni dopo.

Viene reintegrato nell’insegnamento universitario e, attraverso i tanti gruppi di ricerca che promuove, continua la sua indagine sul territorio.

Negli anni ’80 e ’90 il nuovo modello socio-economico si afferma progressivamente su scala infra‑regionale e metropolitana, per poi estendersi a livello planetario con l’informatizzazione e l’internazionalizzazione dei cicli produttivi e del capitale tecno-finanziario. Magnaghi rileva che il nuovo ruolo assunto dal territorio con la fabbrica diffusa lo espone inesorabilmente a nuove forme di marginalità e di miseria, al sistematico abuso delle sue risorse, del suo patrimonio, delle sue specificità ecologiche e antropiche. Peraltro, come testimoniano le sue pubblicazioni già nei primi anni ’80, egli coglie lucidamente che il territorio non è esposto solo al pericolo di un’aggressione incontrollata, ma rischia di diventare persino irrilevante nel passaggio dall’egemonia della produzione materiale a quella dell’economia immateriale, al quale si accompagna l’innescarsi di una crescita mai vista di nuove metropoli e megalopoli. Con i suoi compagni di ricerca è fra i pochi a intravedere fin da subito le complesse problematiche ambientali e le catastrofi ecosistemiche che ne possono conseguire.

Tutto questo renderà insopportabili, per Magnaghi, le narrazioni sulle sorti magnifiche e progressive della globalizzazione e l’incessante esaltazione del mito della crescita economica. Perciò, nella sua riflessione, maturerà l’esigenza di una visione territorialista e poi sempre più eco-territorialista della trasformazione della società. In questo senso, dai primi anni ’90, il suo impegno nella ricerca coincide in gran parte con l’elaborazione di un’idea e di una pratica della pianificazione territoriale che – sfuggendo all’imperativo dello sviluppo fine a se stesso – smantella l’astratto razionalismo dell’urbanistica dominante tesa a distribuire nello spazio “funzioni” e “strutture produttive”, “terziarie”, “residenziali”, trascurando e violentando identità e differenze dei contesti ambientali, storici e sociali dei luoghi.

Fondando poi nel 2011 la Società dei territorialisti e delle territorialiste, Magnaghi coinvolge nel suo percorso un gran numero di ricercatori e promotori di esperienze di ri-territorializzazione sostenibile del mondo, e chiama in causa un’ampia molteplicità di saperi – dalla geografia alla filosofia, dall’archeologia all’antropologia, dalla sociologia all’agroecologia – “sollecitandoli” a ibridare e convertire i propri statuti in chiave ecoterritorialista.

Presupposto costante del suo impegno è la critica dell’urbanizzazione dilagante del pianeta, in quanto fattore scatenante della sua devastazione ecologica; d’altra parte, conseguenza necessaria di questa critica è la sua traduzione in nuove prospettive come quella indicata con l’idea di sviluppo locale auto-sostenbile. Un concetto con il quale Magnaghi non soltanto destabilizza profondamente il mito dello sviluppo per lo sviluppo, ma problematizza radicalmente la stessa nozione di “sviluppo sostenibile”: non si tratta, infatti, semplicemente di “ridurre il peso” del consumo di risorse naturali per consentirne comunque la perpetuazione; si tratta piuttosto di ricondurre l’uso inevitabile di tali risorse nell’alveo della riproduzione e della cura delle peculiarità ecosistemiche e antropiche del mondo, che si sostanziano nella fragile varietà dei luoghi e dei territori.

La centralità irrinunciabile che Magnaghi attribuisce al territorio in questo quadro, si spiega innanzitutto con l’idea che la territorializzazione della convivenza umana – alternandosi a cicli ricorrenti di deterritorializzazione – svolga da millenni la funzione di costituire il territorio come ambiente dell’uomo e come regolatore del suo rapporto con la natura. Solo nella modernità – e nell’epoca contemporanea in particolare – l’alternarsi fra territorializzazione e deterritorializzazione cessa di dar luogo a processi di ri-territorializzazione del mondo umano: da un lato l’urbanizzazione inarrestabile dello spazio, dall’altro la virtualizzazione indefinita delle relazioni materiali e sociali mostrano con tutta evidenza la tendenza delle società contemporanee a far prevalere in modo irreversibile e distruttivo la deterritorializzazione del mondo.      

L’intento di Magnaghi, perciò, è di assegnare un nuovo ruolo alle comunità umane partendo da quelle che si ricostituiscono come tali rigenerando le loro relazioni ecosistemiche con i contesti immediati della loro esistenza; un ruolo che deve tendere a ricongiungere la condizione dell’uomo-produttore con quella dell’uomo-abitante che è tale nella misura in cui si prende cura dei luoghi in cui vive. Se è vero, infatti, che la crisi ecologica riguarda l’intero pianeta e che l’uomo ne è il principale responsabile, occorre anche riconoscere che una sua causa determinante è la distruzione sistematica dei territori perpetrata dalle attuali società: esse così pongono in pericolo la stessa sopravvivenza umana rompendo gli equilibri dinamici e le relazioni coevolutive con la natura che, in un modo o nell’altro, l’uomo ha costruito storicamente istituendo una pluralità di territori.

Fra gli strumenti concettuali che Magnaghi elabora muovendosi in questa direzione, va ricordato infine quello che forse segna maggiormente la ricerca dei suoi ultimi anni: si tratta dell’idea di bioregione urbana, nella quale l’importanza dell’aggettivo (urbana) non è inferiore a quella del sostantivo (bioregione). Quest’idea apre, infatti, una prospettiva di cambiamento il cui fulcro non è il ripudio, ma il ritrovamento della dimensione urbana nella sua connessione col mondo che la circonda, dimensione che le metropoli postmoderne tendono a dissolvere. La bioregione urbana è ciò che resta della complessa realtà ecosistemica, naturale e artificiale al tempo stesso, che la deterritorializzazione metropolitana distrugge. Essa perciò non esiste in natura, ma va riconosciuta e rivitalizzata alla luce dei gradi diversi di alterazione che ha subito il rapporto delle comunità umane con la varietà dei contesti antropici, geomorfologici e ambientali della loro stessa vita.  Il suo riconoscimento, nelle sue forme diverse, implica compiti differenti di progettazione rigenerante delle relazioni fra uomo e natura, basati sulla scomposizione dello spazio egemonizzato dal modello metropolitano e sulla riscoperta delle reti di piccoli e medi insediamenti cui questo modello si sovrappone disastrosamente.

La bioregione urbana di Magnaghi nasce o rinasce dalla riterritorializzazione del rapporto uomo‑ambiente in cui l’urbanità si riavvicina alle comunità che a loro volta riscoprono, prendendosene cura, il patrimonio storico-antropico, il contesto rurale, la montagna, la collina, i boschi, la circolazione delle acque, il mare, gli ambienti costieri, in quanto condizioni immediate e necessarie del loro benessere e della riproduzione della vita naturale da cui esso dipende.

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